- Intervento Politico Abruzzo Pride
- Carmen Eleonor La Phoenix
- Famiglie Arcobaleno
- CGIL Nuovi Diritti
- On The Road
- Desideria
- Rumore
- Partecipazione Attiva Studentesca
- Unione degli Universitari di Teramo
- Corpi Project
Intervento Politico Abruzzo Pride
DISCORSO POLITICO
Una flotilla intersezionale per i diritti
Buon pomeriggio Abruzzo
Buon pomeriggio Giulianova
Buon Abruzzo Pride
Siamo la Flotilla Queer!
Siamo la flotilla che ha trasformato le strade di Giulianova nel nostro mare.
Noi tutte, oggi, camminando per queste strade, con i nostri corpi, unici e bellissimi, bellissimi proprio perché unici, abbiamo ancora una volta dimostrato che siamo e saremo sempre dalla parte delle persone in difficoltà, che non ci gireremo mai dall’altra parte ignorando dolore, emarginazione e genocidi: contro violenza ed esclusione siamo e saremo sempre una comunità di cura e accoglienza.
Abbiamo smesso di essere sole e ai margini: siamo diventate flotilla e battiamo bandiera queer! Vogliamo fare della cura il punto di partenza per un nuovo porto da cui salpare, per navigare finalmente in un mare che accolga tutte davvero, che Riconosca tutte davvero!
E tutto questo nasce dal momento in cui abbiamo smesso di
accettare retoriche capitaliste e performative secondo cui le
problematiche di una sono i problemi dell’una soltanto.
Noi ci rifiutiamo di accettarlo e, per ogni soggettività
marginalizzata, ci sarà una flotilla dietro di lei pronta a salpare per
portarle supporto e aiuto, ascolto e vicinanza. Così che ognuna, in
balia delle onde, possa diventare parte della flotilla, possa diventare
il vento che gonfia le sue stesse vele.
Ci rifiutiamo di tornare nell’invisibilità, ci rifiutiamo di tornare nella vergogna e nei margini della società: noi quei margini vogliamo vederli esplodere di gioia e colore, di musica e chiasso, di supporto, cura e amore.
Noi siamo abbastanza! Ci dicono che siamo troppo: troppo queer,
troppo visibili, ci dicono che siamo troppo vive. Siamo costrette a
subire occhi che ci guardano, chiedono e giudicano. Ci fanno sentire non
abbastanza. Ma noi abbastanza lo siamo.
Essere noi stesse è la nostra forza, perché in un mondo che ci vuole
conformare, che detta regole di identità e di corpi, scegliere di essere
noi stesse è un atto di libertà rivoluzionario!
Rivendichiamo il diritto al riposo, ad interrompere progetti, a
sbagliare, a voler stare da sole, e goderci i nostri momenti. Noi siamo
abbastanza. Noi siamo valide così come siamo.
La flotilla queer è anticapitalista! Non siamo qui per
vendere un prodotto, né per trasformare le nostre vite in strategie di
marketing. Il nostro orgoglio non è una vetrina addomesticata dalle
multinazionali che ci vogliono patinate, sorridenti e
SILENZIOSE.
Il Pride è una dichiarazione di esistenza e visibilità in un
mondo che ci vuole invisibili e ai margini. E l’essere come vogliamo,
come ci sentiamo, è avere le relazioni che viviamo senza condizionamenti
esterni.
Per questo il nostro Pride è dal basso, libero, autofinanziato,
costruito da tutte voi e con voi.
Questa rivoluzione non è uno slogan, ma un processo già in atto.
E possiamo tutte insieme contribuire affinché crei cambiamento in ogni
spazio della nostra regione, nelle nostre scelte intersezionali
quotidiane, nelle nostre azioni di cura: ogni volta che rifiutiamo il
ricatto della produttività, ogni volta che decostruiamo un linguaggio
d’odio, ogni volta che pratichiamo la cura reciproca invece della
competizione. Sono questi gesti, che possono sembrare minimi, a
contribuire al cambiamento.
Ogni piccola azione è una nave che si aggiunge alla flotilla e
che fa divampare il fuoco del cambiamento.
E possiamo farlo insieme. Ognuna a modo suo.
Nella flotilla queer l’età è considerata come un valore,
sempre.
In questa società che ci valuta solo in base alla nostra capacità di
produrre, le persone anziane sono viste quasi come un peso, ridotte a
corpi improduttivi. Eppure le persone LGBTQIA+ anziane sono corpi con
volontà, sentimenti romantici e non, e corpi desideranti.
Rompiamo questo velo di invisibilizzazione: le soggettività anziane sono
le correnti di fondo della nostra società. Sono le nostre storie, sono
persone che portano con se l’esperienza di aver affrontanto
l’omolesbobitransafobia in contesti in cui gli spazi di libertà erano
ancora più limitati, che hanno subito l’etichetta dell’omosessualità
come malattia mentale.
E ammettiamolo: anche all’interno della nostra comunità il tabù
dell’invecchiamento esiste. Dobbiamo curare questa distanza.
Rivendichiamo la visibilità a ogni età, rivendichiamo formazione in
ambito ospedaliero ed RSA perché nessuna deve nascondersi nell’ultima
fase della propria vita. Vogliamo invecchiare con dignità e visibilità,
perché non lasciamo indietro nessuna, in nessuna stagione della
vita.
La flotilla queer esiste solo se si riconosce l’oppressione
come radice unica di ogni discriminazione e marginalizzazione: se
capitalismo, patriarcato, colonialismo, razzismo e sfruttamento degli
animali e del territorio esistono è perché così si può decidere quali
vite siano degne di protezione e cura e quali invece sono sacrificabili.
Pur riconoscendo la differenza nelle esperienze delle diverse
oppressioni, è impossibile non riconoscere anche la struttura comune che
viola e stupra ambiente e corpi, umani e non. l’ambientalismo e
l’antispecismo diventano pratiche di liberazione collettiva che
rifiutano il concetto di conquista, purezza e gerarchia ma si basano
sulla coesistenza, sulla mescolanza e sulla relazione.
La flotilla queer naviga verso l’abbattimento di ogni forma di
dominio e verso un’ecologia di cura radicale!
Negli ultimi anni assistiamo a una crescita sempre più aggressiva
dell’odio verso di noi. non è un caso: è un progetto politico ben
preciso, le destre reazionarie usano le nostre esistenze come terreno di
propaganda: ci descrivono come intolleranti, troppo radicali,
sminuiscono le nostre famiglie, negano le nostre esistenze e dipingono
l’educazione affettiva come una minaccia. In questo scenario prende
sempre più piede l’omonazionalismo: sfruttano i diritti LGBTQIA+ come
strumento di potere ed esclusione. Vogliono renderci “accettabili” solo
se uniformate continuando a negare tutte le soggettività queer, la
libertà sessuale, o l’autodeterminazione delle persone trans. Vogliono
solo gay, lesbiche e trans “rispettabili, bianche e”nella norma”.
Non esiste liberazione queer in un progetto politico che produce
esclusione!
Non vogliamo essere libere, se significa decidere chi esiste e chi
no!
Come il piano è visibile e preciso di chi usa, in maniera birichina e paracula, la statistica per giustificare omofobia e discorsi di odio, normalizzando il definire “anormale” le persone omosessuali. E così ci troviamo ancora una volta a piangere per la nostra sorella Michelangelo Andreoli, ucciso da un padre che avrebbe preferito un figlio morto che gay. Vogliamo credere davvero che le cose siano del tutto scollegate? Che la responsabilità dei politici e del linguaggio che decidono di usare siano solo casuali e non facciano parte di un preciso progetto politico?
La flotilla queer attraversa mari in tempesta, in un Paese che scivola nelle retrovie dei diritti europei: dopo di noi Bulgaria, Ungheria e Polonia. Continuiamo a denunciare la mancanza di tutele legislative, nessuna legge contro i crimini d’odio omolesbobitransafobico, nessun osservatorio nazionale, nessuna forma di riconoscimento per tutte le famiglie che non siano composte da una coppia, e le nostre unioni continuano a essere riconosciute come unioni di serie B, non come famiglie, ma come specifiche formazioni sociali e sono riusciti a mettere al bando anche l’educazione affettiva nelle scuole. Il DDL Valditara è legge, l’educazione passa dal consenso informato, l’oscurantismo dilaga e il ministro commenta «tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender».
Le nostre famiglie e le nostre sfamiglie gonfiano le vele
della nostra flotilla!
Dopo decenni passati a cercare di avere uguaglianza adesso
vogliamo una rivoluzione nel diritto di famiglia e chiediamo a gran voce
un nuovo istituto: l’unione universale.
Vogliamo finalmente poter decidere come e con chi costruire
progetti, famiglia e vita senza le condizioni di una tradizione che non
ci appartiene, e che diciamocelo, non appartiene più a
nessuno.
Rifiutiamo il binarismo monogamo, moralista e patriarcale del
matrimonio! Vogliamo poter scegliere se la nostra famiglia possa e debba
essere composta da più persone adulte o solo due, da figlie o nessuna
figlia, ma sempre e comunque in completo e totale accordo di ogni
persona coinvolta nelle relazioni. Immaginiamo un mondo in cui le
relazioni di natura poliamorosa e non monogame escano da quegli spazi
oscuri e di vergogna in cui sono state confinate per secoli, e che ne
venga riconosciuta la dignità una volta per tutte.
E per le famiglie che già esistono la tempesta è ancora in
atto! Benché i tribunali siano più illuminati del nostro governo, siamo
ancora sguarniti di una normativa che permetta alle coppie
omogenitoriali di registrare le proprie figlie come di entrambe le
genitrici, bambine che crescono senza la certezza di avere le loro mamme
e i loro papà entrambe per sempre con loro, e viene negata l’adozione,
tutto questo è inaccettabile!
E ovviamente non possiamo più accettare che le famiglie
omogenitoriali che decidono di accedere alla GPA per avere figlie
rischiano fino a 2 anni di carcere e di vederle affidate alle case
famiglia: la legge 169/2024 va immediatamente abrogata!
In ottica intersezionale, la scuola deve farsi carico ed espressione
di ogni persona che la attraversa affinché venga vista nella sua
complessità di origine, abilità, classe sociale, senza che nessuna di
queste dimensioni venga ignorata, bensì riconosciuta e accolta.
Bisogna dare un segnale concreto adottando pratiche e linguaggi che
riconoscano le differenze invece di stigmatizzarle, costruendo una
scuola realmente e concretamente inclusiva. Una scuola che abbia al
centro l’educazione, il confronto, la cura e la relazione.
L’educazione e l’istruzione devono essere un diritto effettivo per
tutte. Eppure il recente DDL Valditara pone un velo di oscurantismo sul
mondo della scuola, minando una educazione laica e pluralista, minando
tutti i percorsi di educazione sessuale e all’affettività, progetti sul
bullismo omolesbobitransafobico, mettendo al bando incontri con al
centro il tema dell’autodeterminazione e del consenso. Vogliamo una
scuola plurale, una scuola che educhi alle differenze, una scuola
formata al contrasto all’abilismo.
Questo governo forse però è un po’ confuso: rende obbligatorio il consenso informato per l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, ma si dimentica poi del consenso quando si tratta di violenza sul corpo delle donne, radicando ancor di più cultura dello stupro, giustificando il carnefice, stigmatizzando e colpevolizzando le vittime di abusi, aggressioni e stupro grazie al DDL Buongiorno!
Subiamo un rincaro di dose di patriarcato da chi ci vorrebbe di nuovo tutte casa e famiglia, senza voto e indipendenza economica, che purtroppo ci ritroveremo quasi sicuramente in parlamento dall’anno prossimo. Il generale, che più che generale è generico, vuole invisibilizzare il problema strutturale della violenza sulle donne rifiutando l’esistenza dei femminicidi! Ma usando la statistica, che a lui piace tanto, i numeri dicono che nel 2025 su 286 omicidi 97 hanno avuto come vittime le donne, 85 uccise in ambito familiare, 62 per mano del partner o ex partner e comunque per il 98% uccise da uomini. Se di 286 omicidi il 90% è commesso da uomini non ci dice, forse, che il problema della violenza e della gestione delle emozioni, contrariamente a quello che ci dice il patriarcato, è un problema più maschile che femminile?
E quando sono le stesse istituzioni che dovrebbero tutelarci
a diventare specchio del sistema, il cortocircuito è palese. Denunciamo
quanto successo a Montorio al Vomano: quando una carica comunale,
condannata in primo grado per violenza sessuale, si protegge tramite
l’autovoto per preservare la carica è una dichiarazione di intenti
chiara: il privilegio deve proteggere i carnefici e continua a chiedere
alle vittime di giustificarsi.
E pochi giorni fa il sindaco della stessa città si è rivolto
alla consigliera comunale con frasi sessiste invitandola a prendere la
scopa e rendersi utile. Basta sessismo nelle nostre istituzioni! In un
paese davvero civile la minima conseguenza sarebbe la cancellazione
immediata dall’albo, dimissioni da ogni carica pubblica e scuse alla
donna abusata!
Siamo una moltitudine di navi in mare aperto e non chiediamo il
permesso di navigare, e vogliamo cambiare le correnti.
Vorrebbero controllare i nostri corpi, rendendoli produttivi,
silenziosi, normati e governabili. E il “benessere” di cui spesso
parlano sono di fatto norme uniformanti, con standard fisici che non
rispecchiano nessuna di noi. La nostra risposta è attraversare le strade
come un’onda d’urto fatta di corpi perfettamente imperfetti, trans,
grassi, con disabilità, bassi, alti, troppo pelosi, calve, diverse.
Corpi che il sistema considera “troppo” e non abbastanza.
Oggi con questi corpi ci siamo riprese le strade della nostra
regione!
Oggi abbiamo dimostrato che quegli standard non ci appartengono e tutte
noi siamo perfettamente uniche!
Salpiamo per liberare i corpi dal controllo della riproduzione:
l’ostacolo all’interruzione volontaria di gravidanza, la negazione della
PMA e della GPA, i lunghi percorsi di affermazione di genere: sono tutti
strumenti di controllo per chiunque non rispecchi quegli standard
imposti.
Basta protocolli o negazioni che invisibilizzano le nostre scelte e la
nostra autodeterminazione!
E navigheremo sempre e comunque verso i popoli oppressi.
Oppressi da esproprio della terra e genocidio. Ci chiediamo come sia
possibile celebrare un pride mentre a 30km di distanza vengono distrutte
scuole ed ospedali, con un popolo affamato e ridotto in malattia, dove
vengono bombardati villaggi, mutilati e uccisi civili.
Lo chiediamo ad Israele e a tutte le persone sioniste:
un’apparente apertura alla comunità LGBTQIA+ in che modo potrà mai
giustificare l’uccisione di un’intera popolazione innocente? Fino a che
punto pensate che la propaganda possa nascondere le vostre vere
intenzioni? D’altronde Israele si vanta di essere l’unico paese
occidentale del medio oriente. Senza voler considerare quanto razzista e
colonialista siano le stesse parole “medio oriente”, noi che siamo nate
e cresciute in un paese colonialista ed occidentale lo diciamo a chiare
lettere: la terra e le risorse palestinesi non sono nostre e il
progresso socio culturale non solo non si può imporre con genocidi ed
espropri, ma che partire dal punto di vista occidentale vuol dire
ignorare la storia e la cultura di quel popolo.
E possiamo dire con altrettanta convinzione che ci uniremo alla
flotilla finché le terre e il popolo palestinese non saranno finalmente
libere una volta per tutte!
Nessun orgoglio nel genocidio!
La nostra flotilla è Trans*. Le persone Trans* sono le stelle che
guidano la nostra flotilla nel buio.
Non sono un’appendice del nostro movimento, sono state la scintilla
della rivolta, i corpi esposti sulla linea di fuoco quando ci
circondavano clandestinità e manganelli. Eppure oggi continunano ad
attaccare l’autodeterminazione dell’identità di genere proponendo anche
leggi che dovrebbero essere a nostra tutela ma che escludono di fatto
tutte le soggettività transgender.
Non vogliamo alcuna legge che non tenga conto di tutte le identità di
genere.
Non vogliamo alcuna legge che lasci indietro le persone Trans*.
Le persone trans sono ancora ostaggio della legge 164 ormai
anacronistica, che non tiene conto di tutte le soggettività; devono
ancora chiedere il permesso alle giudici, tribunali e perizie per poter
esistere.
Vogliamo percorsi gratuiti, liberi e basati su l’autodeterminazione
delle persone e non sulle perizie e sulla validazione. Vogliamo le
identità alias nelle scuole, in tutte le università e luoghi di lavoro.
Vogliamo formazione in ambito pubblico e sanitario.
L’unica cosa che fanno invece è mettere al bando le soggettività trans.
E lo stanno facendo nelle scuole e anche nello sport. Dalle prossime
Olimpiadi le donne trans saranno escluse riducendole nuovamente a corpi
da verificare e validare su base genetica.
Ma la nostra flotilla non esisterebbe senza le persone Trans* e
riconosciamo la radice dell’odio quando la vediamo: tutto questo serve
solo a preservare quell’ordine patriarcale, maschilista, machista che si
sente insicuro ogni qual volta siamo noi stesse.
Il nostro corpo e le nostre identità non appartengono allo stato!
L’autodeterminazione è il timone che direziona la nostra flotilla.
Siamo le figlie di Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson, di Marcella Di
Folco e Manuela Di Cesare, di Porpora Marcasciano e Chloe Bianco e
saremo la miccia che scatena l’incendio. E finché il fuoco della lotta
trans divamperà in questa piazza, per essere libere distruggeremo la
casa del padrone!
Noi immaginiamo un futuro in cui tutte siano accolte, riconosciute, amate. Prendersi cura delle altre è una delle pratiche fondamentali della lotta queer intersezionale: navigare in mari lontani, alzarsi in piedi davanti alle discriminazioni, manifestare per le strade con musica, o per mare con delle barche, sono la stessa cosa.
Ci rifiutiamo di stare a guardare mentre si compie davanti ai nostri occhi un genocidio, mentre persone trans* vengono aggredite e uccise, mentre le famiglie arcobaleno vengono derise e marginalizzate, mentre il diritto all’educazione sessuo-affettiva viene bandita, mentre il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza è ostacolato, mentre la reticenza al consenso permette agli stupratori di farla franca, mentre le persone con disabilità incontrano sempre più ostacoli e vedono anche i loro bisogni e la loro sessualità del tutto invisibilizzata, mentre la nostra costituzione viene quotidianamente calpestata, mentre si sfruttano animali e ambiente come se fossero un prodotto da consumare, mentre le vite delle persone queer sono a rischio perché si tengono per mano, mentre veniamo aggredite perché siamo diverse.
La nostra flotilla è queer e parte da qui, da Giulianova, come una moltitudine di barche, libere e diverse come le nostre identità e soggettività. Nella flotilla riconosciamo infatti il movimento dal basso, l’azione dell’intersezionalità delle lotte civili, l’unione e il riconoscimento di identità diverse.
La flotilla ha dimostrato al mondo che “non possiamo farci niente” è un anatema che non è nostro, che il dissenso, popolare e pacifico, non solo esiste ma è la spinta che serve a ognuna di noi per cambiare una piccola cosa che non ci piace del mondo.
E così cambiamo il mondo.
Il Pride è cambiare il mondo attraverso l’atto rivoluzionario della visibilità, della presenza, dell’occupare uno spazio pubblico, nonostante il giudizio e la violenza.
È tendere la mano a chi non può occupare quegli spazi, a chi non può essere visibile, attraverso un corteo colorato e chiassoso.
Così come la flotilla prende il mare, percorrendo strade d’acqua per aiutare le oppresse, il Pride invade le strade come un’onda d’urto che le cambierà per sempre.
Per la prima volta la comunità queer può dire che le strade di
Giulianova sono anche nostre, finalmente di tutte. Il nostro mare sono
le strade di Giulianova. I carri, la musica, i nostri corpi e le nostre
identità sono la Flotilla Queer.
Abbiamo attraversato Giulianova insieme.
E non ci fermerete più.
Per un Abruzzo ancora più forte, gentile e orgoglioso.
Carmen Eleonor La Phoenix
Buonasera a tutte.
Sono Carmen Eleonor , coordinatrice della serata friendly LA PHOENIX, donna trans e artista che da diciassette anni crea arte per i palchi dell’Abruzzo.
Quando ho iniziato il mio percorso vivevo in un piccolo paese di circa quattromila abitanti. Ero una persona giovane, piena di sogni, ma anche profondamente sola. Molte delle libertà che oggi vediamo qui, circondate da migliaia di persone, allora mi sembravano impossibili.
Ricordo quando vedevo poche persone LGBT insieme era già un evento straordinario. Oggi guardo questa piazza e vedo famiglie, giovani, persone anziane, amici, alleati. Vedo una comunità viva. E ogni volta mi emoziono.
Perché questo non è accaduto per caso.
È accaduto grazie a chi ha avuto il coraggio di esporsi quando era pericoloso farlo. In particolare voglio ringraziare Emanuele,in arte Lady White ed anche un po me stessa. Grazie a chi ha organizzato eventi, creato spazi sicuri, costruito i friendly e reti di sostegno. Grazie a chi ha combattuto prima di noi affinché oggi potessimo essere qui.
Ma il Pride non è soltanto una festa.
È memoria.
È resistenza.
È responsabilità.
In un momento storico in cui, in molte parti del mondo, i diritti delle donne, delle persone LGBT+ e delle persone trans vengono nuovamente messi in discussione, noi dobbiamo ricordare che nessun diritto è garantito per sempre.Per questo il Pride deve continuare a essere anche una voce femminista. Perché non esiste libertà per una parte della società se non esiste libertà per tutte le persone.E deve continuare a essere uno spazio di spiritualità umana, nel senso più profondo del termine: il riconoscimento della dignità sacra di ogni essere umano. Ognuno di noi nasce con il diritto di essere sé stesso, di amare, di esprimersi e di vivere senza paura.
Io oggi sono qui come donna, come artista, come attivista e come persona che per molti anni ha sognato esattamente questa immagine: una piazza piena di colori, di coraggio e di speranza.
E guardandovi, posso dire una cosa.
Quel sogno è diventato realtà.
E ne io ne voi saranno più soli.
Adesso il nostro compito è proteggerlo, ampliarlo e consegnarlo ancora più forte a chi verrà dopo di noi.
Buon Pride Abruzzo 2026.
Famiglie Arcobaleno
Ciao Giulianova!
Eccoci finalmente al giorno del Pride!
Io mi chiamo Genny Sangiovanni, sono referente delle famiglie arcobaleno per l’Abruzzo e il Lazio. Insieme alla mia compagna Agnese, sono anche mamma di Edoardo, un cinquenne tutto domande e sorrisi.
Famiglie arcobaleno è un’associazione che combatte da anni battaglie durissime! Le nostre famiglie sono state usate come capro espiatorio e attaccate direttamente dal Governo e da esponenti politici accecati da un’ideologia senza senso tanto da non riuscire a vedere quanti siamo e quanto siamo belli. Quanto sono felici e umanamente sani i nostri figli e le nostre figlie. Battaglie durissime, dicevo, ma ogni tanto qualche battaglia la vinciamo.
L’anno scorso una vittoria storica ci ha sorpreso e fatto piangere. Grazie alla corte costituzionale abbiamo ottenuto il pieno riconoscimento alla nascita dei figli e delle figlie nate da coppie di donne con tecniche di protezione medicalmente assistita legalmente effettuata all’estero.
Ma non ci fermiamo qui.
Abbiamo da più di 20 anni altre richieste: il matrimonio egualitario, la possibilità di adottare per tutte le persone e tutte le coppie, l’accesso alla PMA in Italia per donne single e coppie di donne (a proposito. Firmate la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dall’ associazione luca coscioni e sostenuta anche da noi. Trovate il qrcode in pmapertutte.it).
Chiediamo l’abolizione della legge che inventa il crimine di reato universale per la GPA anche se fatta in paesi dove è regolamentata. Chiediamo l’introduzione nel nostro ordinamento di una norma sulla GPA etica e solidale.
E non ci fermeremo.
I traguardi da raggiungere sono ancora molti, le violenze contro cui lottare sono troppe, le discriminazioni che viviamo sono intollerabili. Ma riusciamo a sentire anche le grida di dolore per le discriminazioni e le violenze subite da altre comunità, altre minoranze o altre popolazioni. Dai migranti resi schiavi alle deportazioni, dalle vittime di guerre insensate a quelle per genocidio. Quanto più possibile cerchiamo di fare la nostra piccola parte nel mondo. Spesso con la frustrazione derivante dalla consapevolezza che siamo inermi. Ma restiamo umani.
Urliamo l’ovvio: senza consenso è stupro. Urliamo l’ovvio: che il consenso preventivo nelle scuole creerà una spaccatura tra chi vive in famiglie disposte a spiegare l’educazione sessuale e relazionale e chi invece crederà che il sesso e le relazioni sono solo quelle dei porno.
Urliamo l’ovvio una volta ancora. Lottiamo per noi qui oggi e per coloro che verranno nel futuro.
Trasformiamo questo paese e questo mondo in posti più belli, inclusivi, felici per chiunque.
Restiamo umani.
CGIL Nuovi Diritti
Compagne, sorelle, famiglia queer.
Ci ritroviamo con i nostri corpi, tutti validi, tutti bellissimi. Dovrebbe essere una giornata di festa e di lotta. Lo è ma oggi è anche rabbia e dolore.
Oggi marciamo per Michelangelo e con Michelangelo. A lui chiediamo scusa per non essere riuscite a consegnargli un mondo in cui non sentirsi sbagliato. Le parole di odio, razzismo, violenza sono diventate discorso pubblico e sono entrate persino nelle aule del Parlamento.
Siamo nelle mani di chi esercita un potere enorme, con un ego sconfinato e si scaglia contro chi è più fragile. Ma noi non abbiamo paura, non ci siamo mai fermate. E non faremo un passo indietro. Abbiamo fatto rivoluzioni sui tacchi. Non ci spaventano nemmeno i fucili.
Noi sappiamo da che parte stare: dalla parte di chi è oppressa, non riconosciuta, non vista, cancellata.
Quando si lotta per un principio, non si chiede nulla in cambio. Quando chiediamo l’autodeterminazione per il popolo palestinese, non vogliamo fare un pride a Gaza: vogliamo che parli la pace e tacciano le armi.
E non tolleriamo che il nostro essere persone queer venga usato per giustificare politiche razziste: essere queer non ha nulla a che vedere con chi rifiuta e disumanizza lo straniero.
Respingiamo l’idea che esistano diritti di destra o di sinistra, non ce ne facciamo nulla delle proposte dei gay conservatori a cui interessa solo il privilegio cis borghese ed è disposto a fare da stampella a un governo zoppo, omofobo e ostaggio dei neo fascisti e degli anti scelta (non chiamiamoli pro-vita se delle vite delle bambine e dei bambini di Gaza non gliene è fregato niente). Non permetteremo mai che sia lasciata indietro la comunità trans da nessuna delle nostre rivendicazioni e se qualcuno pensa il contrario, parli per se stessa e non a nostro nome.
Come CGIL lottiamo per la parità nei luoghi di lavoro: vogliamo che sia estesa a TUTTI i contratti la possibilità di adottare la carriera alias. Guardiamo al modello spagnolo, dove per legge le aziende medio-grandi sono tenute ad adottare protocolli anti discriminazione e di valorizzazione delle differenze per orientamento sessuale E per identità di genere. Vogliamo che sia applicata al più presto e in maniera efficace la Direttiva Europea sulla trasparenza salariale come strumento di eliminazione del divario retributivo di genere.
Vogliamo che nessuna resti indietro.
Vogliamo l’abolizione della legge Varchi che criminalizza le famiglie
omogenitoriali.
Vogliamo l’abolizione della legge Valditara che ostacola l’educazione
sessuo-affettiva dove ce n’è più bisogno.
Vogliamo il ritorno del consenso nel DDL stupri perché SOLO SÌ È
SÌ.
Vogliamo l’abolizione dei pacchetti sicurezza perché lo Stato è di
diritto, e non di polizia.
Rifiutiamo la retorica militarista sugli 80 anni della Repubblica quando la Carta Costituzionale non viene pienamente attuata.
Non ci riconosciamo in uno Stato che fa bella mostra del suo apparato bellico e pratica la forza contro chi è debole. Non crediamo che ha pari diritti chi viene curato in ospedale o può guidare: ci mancherebbe! Non è quella l’idea di Stato che vogliamo perseguire. Lo Stato siamo noi: lavoratrici, studentesse, precarie, disoccupate oltre che persone queer, disabili neurodivergenti e migranti e fuori norma.
Non c’è vergogna nell’essere ultime e rifiutiamo la retorica capitalista del merito quando non abbiamo tutte le stesse opportunità.
La Repubblica è qui, oggi. È nelle nostre vite, nei nostri corpi, nelle nostre lotte. Buon Pride.
On The Road
Buongiorno a tutte, tutti e tuttə,
Siamo il Centro Pride, un Centro Antidiscriminazione, della Cooperativa On The Road, alleata, di una comunità che ogni giorno resiste, costruisce e immagina un mondo diverso.
Nel nostro lavoro quotidiano incontriamo storie di discriminazione, esclusione, violenza e ingiustizia, ma incontriamo anche qualcosa di altrettanto potente: resistenza, solidarietà e possibilità.
Viviamo in un tempo difficile di regressione e repressione: i diritti conquistati con decenni di lotte vengono rimessi in discussione, le persone LGBTQIA+ – e in particolare le persone trans – sono diventate bersaglio sistematico di attacchi politici, mediatici e legislativi. Nelle scuole parlare di educazione alle differenze è sempre più complicato, ostacolato ed ora anche vietato. E intanto le disuguaglianze sociali si amplificano, crescono, silenziose e brutali, e chi era già ai margini viene spint* ancora più in là. Non è un caso: è una scelta precisa di chi detiene il potere e lo vuole mantenere.
L’intersezionalità ci insegna che le forme di oppressione- genere, orientamento sessuale, origine, classe, disabilità, età- non agiscono in modo separato, ma si sovrappongono e si potenziano reciprocamente. Combatterne una sola, lasciando le altre intatte, significa costruire una liberazione parziale, e quindi illusoria. Solo uno sguardo capace di tenere insieme tutte le dimensioni può aprire strade di cambiamento autentiche.
Il documento di questo Pride ci consegna un’immagine potente: una Flotilla Queer: una flotta di corpi, storie e identità diverse, che scelgono di navigare insieme. Di essere marea. Differenze che non dividono, ma si riconoscono, si affiancano e si rafforzano a vicenda.
Come Centro Antidiscriminazione, il nostro impegno è quello di stare accanto alle persone, costruire reti e lavorare ogni giorno per una società più giusta, libera e equa, per rivendicare il principio che nessuna vita vale meno di un’altra e che l’unicità delle nostre differenze è un valore, non può mai essere ostacolo.
Il nostro lavoro è quindi azione politica, culturale e sociale. Il Pride allora non è solo una celebrazione., è un atto politico.
È dire che le nostre vite contano, le nostre identità sono valide, nessuna persona deve essere lasciata indietro. È rivendicare e prendere spazio, creando nuove collettività che vogliono qualcosa di diverso dal patriarcato capitalista. È sentirsi parte di una comunità, fondata sulla cura, sulla forza reciproca, sulla fiducia. È essere visibili. È amarsi e amarci, senza giudizio, senza paura.
Oggi siamo qui, insieme. E questo è già cambiamento. È già rivoluzione.
Desideria
Ciao Abruzzo Pride!
Noi siamo Desideria: associazione e comunità kinky, poly e queer.
Per noi ogni corpo è valore e territorio vivo, attraversato da desideri che non nascono per essere controllati, normalizzati o ottimizzati, ma per essere ascoltati.
Siamo qui per rivendicare una sessualità dissidente, capace di liberare i corpi e le anime dalle prescrizioni eteronormative, capitaliste e patriarcali. Una sessualità che ribalta il possesso, che mette in discussione la gelosia come forma di controllo e che immagina relazioni fondate sulla libertà e non sulla proprietà delle persone.
Siamo qui per tutte le persone che, in questo tempo e in questo mondo, si sono sentite sbagliate.
Per tutte le persone che hanno pensato di non meritare la felicità.
Per chi si è sentita troppo, troppo poco, fuori misura, mai abbastanza.
Per chi è stata schiacciata dalle aspettative della famiglia, della società, del proprio contesto.
Per chi ha costruito versioni di sé per essere accettata.
Per chi si è adattata fino quasi a scomparire.
Per chi non ha mai trovato uno spazio sicuro in cui potersi vivere.
A tutte queste persone vogliamo dire una cosa semplice e radicale:
Nessuna di noi è sbagliata.
Non esiste una sola forma di vita.
Non esiste una sola idea di amore.
Non esiste una sola idea di famiglia.
Non esiste una sola idea di desiderio.
Non esiste una sola idea di corpo.
Non esiste una sola idea di libertà.
Noi siamo qui per fare spazio.
Spazio al corpo come territorio sovrano.
Spazio al desiderio come conoscenza.
Spazio al piacere come diritto.
Spazio a relazioni fondate sulla libertà, sulla cura e sul consenso.
Rivendichiamo una sessualità capace di liberarci dai ruoli imposti e dalle gerarchie che per secoli hanno organizzato la vita affettiva come una struttura di comando.
Per troppo tempo il patriarcato ha chiamato amore ciò che era controllo.
Ha chiamato protezione ciò che era sorveglianza.
Ha chiamato gelosia ciò che era possesso.
Ha chiamato natura ciò che era potere.
Noi rifiutiamo questa eredità.
Noi crediamo in relazioni in cui le persone si scelgono e continuano a scegliersi, ogni giorno, liberamente e consapevolmente.
Per questo il consenso è la nostra pratica rivoluzionaria.
Il consenso non è una formula giuridica e non è una firma.
Il consenso è il riconoscimento reciproco della nostra piena soggettività.
È il momento in cui ci incontriamo come persone libere.
È il contrario della cultura del dominio.
È il contrario della cultura della disponibilità femminile.
È il contrario dell’idea che qualcuno possa avere accesso al corpo, al tempo o all’affettività di un’altra persona in virtù del proprio ruolo, del proprio genere o del proprio status.
Noi crediamo nel consenso come pratica quotidiana di richiesta, ascolto e negoziazione.
Crediamo che l’altra persona sia sempre un soggetto e mai un oggetto accessibile.
Crediamo che la libertà nasca dalla reciprocità e non dal silenzio imposto.
E crediamo che questa libertà si costruisca attraverso l’educazione.
Per questo rifiutiamo le politiche che ostacolano l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole.
Per questo contestiamo una cultura che considera il consenso, le identità queer e l’educazione alle relazioni temi pericolosi da censurare.
Perché la verità è un’altra:
La violenza prospera nell’ignoranza.
Gli abusi prosperano nel silenzio.
Le discriminazioni prosperano quando non esistono strumenti per riconoscerle.
La violenza non si previene smettendo di parlare di corpi, di sessualità e di differenze.
La violenza si previene costruendo competenze relazionali.
Serve educazione affettiva e sessuale.
Serve alfabetizzazione emotiva.
Serve educazione al consenso.
Serve educazione alle differenze.
Serve educazione al rispetto dei corpi, nelle scuole, nelle famiglie, nei circoli e nelle comunità.
Un’educazione che parli di piacere, di autodeterminazione, di desiderio, di orientamenti e identità plurali, di conflitto, di comunicazione e di responsabilità.
Perché nessuna persona dovrebbe crescere pensando che la propria sicurezza dipenda dal limitare la propria libertà.
E nessuna persona dovrebbe crescere pensando che la virilità coincida con il dominio.
La violenza che attraversa la nostra società nasce da secoli di educazione al privilegio, alla gerarchia e alla disuguaglianza.
Con Desideria lavoriamo per trasformare proprio queste condizioni culturali.
Per immaginare corpi che non siano più contenitori disponibili delle aspettative altrui, ma corpi selvaggi, sapienti, desideranti, creativi. Corpi che diventano mappe di conoscenza, piacere, comunità e trasformazione.
Rifiutiamo ogni modello che riduce la complessità umana a categorie rigide e gerarchiche.
E quando sentiamo dire, da chi dovrebbe rappresentarci, che esistono persone normali e persone anormali, famiglie legittime e famiglie illegittime, identità degne e identità sospette, sappiamo di trovarci davanti alla stessa logica che per secoli ha giustificato esclusione, discriminazione e violenza.
Noi scegliamo un’altra strada.
Scegliamo la pluralità.
Scegliamo la complessità.
Scegliamo la libertà.
Per noi il kink è anche un laboratorio politico.
Uno spazio in cui il potere non viene nascosto ma reso visibile, nominato, discusso, negoziato e trasformato.
Uno spazio in cui il consenso non è un accessorio ma la condizione stessa della relazione.
Uno spazio in cui il limite non è ciò che impedisce, ma ciò che rende possibile.
Perché dire “qui sì” e “qui no” non chiude lo spazio della relazione: lo definisce e restituisce al corpo la possibilità di esistere come soggetto.
In questo senso anche i ruoli cambiano natura: non sono dati una volta per tutte, non sono fissi, possono essere attraversati, scambiati e rinegoziati.
Il potere smette di apparire naturale e proprio per questo può essere messo in discussione.
Con questo intento creiamo comunità e apriamo cerchi.
Per restituire valore alla parola, all’ascolto, al corpo e alla presenza.
Perché ogni relazione che si sottrae al possesso incrina il patriarcato.
Ogni consenso autentico incrina la norma.
Ogni corpo che torna soggetto incrina il sistema che lo voleva funzione.
E quando ci incontriamo ci riconosciamo come collettività, capaci di agire non solo sulla nostra intimità ma anche sull’immaginario e sulla società che vogliamo costruire.
Questa è la cultura dell’amore che immaginiamo.
Questa è la libertà che desideriamo.
Questa è la comunità che stiamo costruendo.
E invitiamo tutte voi a prenderne parte insieme a noi.
Grazie e buon Pride!
Rumore
Il Pride è un momento per mostrarsi e per rivendicare. Rivendicare diritti e spazi, fisici, culturali e di cittadinanza.
Ma il Pride è anche un momento di riflessione.
Nell’ultimo anno, come Rumore e come Interamnia BDSM, ci siamo ritrovati a riflettere sul concetto di comunità. Sul suo senso e su come si costruisce.
Perché una comunità non è soltanto un nome, un’etichetta che ci fa sentire parte di qualcosa più grande di noi.
Una comunità è fatta di persone, di relazioni, di connessioni. Senza non resta che un involucro vuoto, utile molto spesso a chi ha interessi economici e politici ma non un reale interesse per la collettività.
Nonostante la presenza di molte associazioni in tutta Italia che svolgono un importante lavoro politico e sociale nei territori, purtroppo c’è ancora una forte divisione interna.
Lo vediamo nelle contestazioni alle organizzazioni dei Pride nelle grandi città, che in alcuni casi portano all’organizzazione di più manifestazioni che dividono la partecipazione.
Nello scontro tra associazioni che invece di fare fronte comune per il bene della comunità, portano avanti ognuna il proprio interesse specifico per ottenere più visibilità che obbiettivi concreti.
Lo vediamo nella proposta di gruppi conservatori e liberali, che pur di ritagliarsi uno spazio politico hanno scelto di lasciare fuori da una proposta di legge contro la violenza omofobica la tutela delle persone trans. Se per ottenere qualcosa bisogna sacrificare il diritto di qualcuna, allora non si ottiene un diritto ma un privilegio.
Una comunità deve prendersi cura di tutte le persone che ne fanno parte, soprattutto di quelle che hanno maggiore necessità di sentirsi protette, perché più di altre prese di mira dalle discriminazioni.
Persone trans, ma anche persone con invalidità, persone giovani e anziane, persone migranti e richiedenti asilo, italiane di seconda generazione.
Ma la comunità non si costruisce solo nella presenza. Diventa ancora più importante nell’assenza. Perché Mirko, Leonardo, Zoe e tante e tanti altri che non ci sono più erano nodi della rete di relazioni della nostra comunità LGBT e Queer teramana, abruzzese, italiana ed europea.
Ogni nome era parte di una rete di relazioni, famiglie, amicizie, associazioni. E se quando un nodo si scoglie non si riuniscono e rafforzano le maglie che restano, prima o poi la rete non esiste più.
Buon Pride!
Partecipazione Attiva Studentesca
Quante belle persone che sono presenti qui oggi,
Sono Nicole portavoce dell’associazione PAS (Partecipazione Attiva Studentesca), che si occupa di rappresentare la comunità accademica nell’università di Chieti-Pescara.
Come ben saprete, la situazione politica del momento non permette l’espressione personale in pubblico “perché va bene tutto, ma a casa loro” oppure “è solo una fase”. Tutto questo anche grazie a il Meloni e la Vannacci che disconoscono qualsiasi cosa inizi con “g”:
tipo “genere”, “giovani”, “genitore 1 e genitore 2” (che sappiamo perfettamente non riguardare il genere, ma essere delle buone figure di attaccamento e di riferimento). Stiamo regredendo, perché dove sta scritto che un pargolo cresca bene indottrinato dall’ideologia gender, in fondo guardate come siamo cresciute su bene con la famiglia della Mulino Bianco. Una volta andava tutto bene e grazie ai treni in orario siamo arrivati giusto in tempo per viverci appieno questa realtà oppressiva e violenta. Ignorando le problematiche legate al genere, ignoriamo le esigenze di tutte le persone. Pensiamo alla difficoltà nell’avere bagni neutri, o dei fasciatoi nei bagni maschili, o banalmente la carta!
Pensiamo alle carriere alias in stallo nelle università, pensiamo a chi si abitua ad essere riconosciuto dai docenti con il proprio dead name e all’umiliazione che proviamo quando quello stesso nome viene pronunciato durante l’appello, davanti tutta classe e ritrovarsi a spiegare a perfetti sconosciuti perché ci presentiamo con un “altro nome”, accompagnata da domande del cazzo.
E quindi pensiamo a quanto sia difficile autodeterminarsi davanti a persone che non ascoltano e sminuiscono il tutto con un “tanto puoi guidare”. Sappiamo perfettamente quanto sia importante avere una comunità di supporto con cui interfacciarsi, ricordo ancora con amore quando dissi a mia madre “vedi che mi attraggono anche le ragazze” e lei senza esitazione mi rispose “da noi in russia vi metterebbero al mattatoio, tu sei malata”. Con questo esempio Montessoriano vorrei riflettere sul fatto che se ad oggi esistono ancora paesi con leggi che bandiscono, puniscono e uccidono tutto ciò che va fuori dai valori cosiddetti “tradizionali”, forse alla fin fine non si tratta di malattia o di geni malfunzionanti e neanche di indottrinamento della famosa ideologia gender. Forse se voglio cancellare il mio dead name da un pezzo di carta che mi presenta al mondo, forse se voglio dare amore a una vita che non abbia solo quattro zampe, forse se voglio accogliere e rendere normale ciò che rende la mia identità tale in una società che mi fa star male, forse non sto facendo i capricci, ma sto urlando che anche io merito di esistere.
Uguaglianza ed equità non devono essere concessioni o favori dall’alto: dovrebbero essere lo stato naturale delle cose, scritte a caratteri cubitali nella Carta dei Diritti Umani. I percorsi di cambiamento si costruiscono al fianco delle istituzioni, non
contro di esse. Chi si riempie la bocca della parola “libertà” ma poi lascia sole le persone più esposte, sta solo difendendo i privilegi di chi è già al sicuro, delegando tutto il peso del cambiamento ai movimenti attivisti.
Oggi non basta più “tollerare” la comunità per dire di riconoscerla. Bisogna costruire percorsi concreti che difendano questa comunità viva, perché nessuno dovrebbe mai essere costretto a scegliere tra la propria visibilità e la propria sicurezza!
Come associazione PAS vi auguriamo di godervi appieno questa giornata e vi raccomando, cerchiamo di riportare nel quotidiano la lotta per la libertà di espressione personale nostra e di altre persone che non hanno voce.
Grazie e buon Pride!
Unione degli Universitari di Teramo
Un saluto a tuttə.
Siamo l’Unione degli Universitari di Teramo e oggi siamo qui perché il Pride è una rivendicazione collettiva.
Come sindacato studentesco lottiamo per un’università libera e non escludente, ma sappiamo che questa battaglia non si ferma ai cancelli degli atenei. È una battaglia politica che riguarda tuttə
Lo vediamo ogni giorno. Lo vediamo nelle politiche di questo governo. Solo poche settimane fa è stato approvato il DDL Valditara, un provvedimento che ostacola l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e continua ad alimentare ignoranza, stigma e paura. Ci raccontano ancora la favola della “teoria gender”, mentre in un Paese attraversato dalla violenza di genere, dalle discriminazioni omolesbobitransfobiche e dalla disinformazione sulla salute sessuale, la risposta è sempre la stessa: censura, silenzio e vergogna.
Ci dicono che le nostre richieste sono eccessive. Ci dicono che dovremmo aspettare, che ci sono priorità più importanti. Eppure ogni volta che si parla di comunità LGBTQIA+, di educazione alle differenze e di autodeterminazione assistiamo agli stessi attacchi. Perché la verità è che hanno paura dei nostri corpi quando sono liberi, hanno paura delle nostre identità quando non si nascondono, hanno paura delle nostre voci quando si organizzano e rivendicano diritti.
Noi invece rivendichiamo conoscenza, autodeterminazione e libertà.
E questa battaglia riguarda anche le università. Parliamo della Carriera Alias, uno strumento fondamentale per le persone che intraprendono un percorso di affermazione di genere, è il riconoscimento del diritto a essere chiamatə con il proprio nome e a vivere gli spazi universitari con dignità.
Ma non basta. Troppo spesso gli atenei continuano a leggere la realtà attraverso una visione esclusivamente binaria. Le persone trans, non binarie e queer vengono invisibilizzate. E chi non viene riconosciuto difficilmente viene tutelato.
Per questo vogliamo università realmente transfemministe: università che garantiscano la Carriera Alias senza percorsi medicalizzanti, che riconoscano pienamente questi strumenti anche nei servizi per il diritto allo studio e che non si limitino a tollerare le differenze, ma le riconoscano come una ricchezza della comunità accademica.
Perché il Pride è nato come una rivolta. Non come una celebrazione innocua, una vetrina o un evento da sponsorizzare. Il pride è conflitto, è resistenza, è organizzazione collettiva.
E proprio perché crediamo nell’intersezionalità delle lotte, non possiamo ignorare nessuna oppressione.
Essere queer e transfemministə significa schierarsi contro tutte le forme di violenza e di discriminazione.
Significa opporsi all’omolesbobitransfobia che attraversa il nostro Paese.
Significa difendere il diritto allo studio, la salute mentale, la dignità del lavoro.
Significa schierarsi al fianco di tutti i popoli oppressi e denunciare con fermezza le violenze che vengono perpetrate contro il popolo palestinese.
Perché la liberazione non è divisibile.
Non esistono diritti parziali.
Non esistono libertà a metà.
E non lasceremo indietro nessunə.
Oggi siamo qui per ribellarci.
Non per chiedere il permesso.
Non per essere accettatə.
Ma per rivendicare ciò che ci spetta.
Il diritto di esistere, di autodeterminarci, di essere liberə.
E buona lotta a tuttə.
Corpi Project
Il corpo grasso è politico.Non perché lo abbia scelto.Ma perché qualcuno ha deciso che il mio corpo non potesse essere soltanto un corpo.Che dovesse essere una diagnosi.
Un consiglio non richiesto.
Una dieta.
Un prima.
Mai un presente.
Mai abbastanza.
Siamo qui, su questa Flotilla Pride e una flottiglia, per sua natura, sfida la corrente. Naviga insieme.Tiene il passo della barca più lenta.Non lascia indietro nessuno. E allora mi chiedo…che senso ha parlare di liberazione se alcuni corpi continuano a essere considerati un errore? Viviamo in un tempo in cui il corpo grasso viene osservato come si osserva un problema da risolvere. Misurato. Corretto. Sorvegliato. Medicalizzato. Ci dicono che è per il nostro bene. Ci dicono che è salute.
E la salute è importante. Lo è davvero. Ozempic, semaglutide e tutti i farmaci della stessa famiglia non sono il nemico. Sono strumenti della medicina. Per molte persone rappresentano una possibilità concreta di stare meglio. E nessuno dovrebbe essere giudicato per una terapia di cui ha bisogno. Ma una cura smette di essere soltanto una cura quando diventa un ideale. Quando la medicina viene trasformata in marketing. Quando un farmaco diventa un trend. Quando milioni di persone applaudono non perché qualcuno stia meglio…ma perché qualcuno è diventato più magro.
E allora la domanda cambia.
Non è più:
“Come possiamo prenderci cura delle persone?”
Diventa:
“Come possiamo far sparire i corpi grassi?”
E io questo non riesco a chiamarlo progresso. Lo chiamo grassofobia. Una grassofobia che ha imparato a indossare un camice bianco.
Una grassofobia che parla il linguaggio del benessere. Una grassofobia che sorride. E proprio per questo è ancora più difficile da riconoscere. Perché il problema non è il grasso.
Il problema è un mondo che continua a credere che alcuni corpi meritino più rispetto di altri. Un mondo che preferisce cambiare i corpi…piuttosto che cambiare sé stesso.
È più facile inventare un farmaco che costruire una sedia dove tutti possano sedersi. È più facile prescrivere una dieta che mettere in discussione un pregiudizio. È più facile chiedere a una persona grassa di occupare meno spazio…che imparare a farle spazio.
Io questo corpo lo conosco.
È il corpo con cui sono entrata negli ospedali. È il corpo con cui ho attraversato il dolore. È il corpo con cui ho imparato ad amare. A creare. A prendermi cura. A restare viva.
Per troppo tempo mi hanno insegnato a guardarlo come un nemico. Poi ho capito una cosa.
Il nemico non era il mio corpo.
Era lo sguardo con cui mi avevano insegnato a osservarlo. E allora oggi sono qui. Con questo corpo non perfetto. Non conforme. Non disposto a chiedere scusa per lo spazio che occupa. Perché il corpo grasso è un corpo politico. Ogni volta che una persona grassa si veste come desidera…ogni volta che ama senza vergogna…ogni volta che ride forte…balla…si mostra…pretende rispetto…sta compiendo un gesto rivoluzionario. Sta dicendo: “Io non sono il vostro progetto di miglioramento.”.
E oggi…mentre navighiamo insieme…non posso non pensare a un’altra flottiglia.
Alla Freedom Flotilla diretta verso Gaza. A chi attraversa il mare per affermare un principio semplice: che nessun popolo dovrebbe essere lasciato solo. Le nostre lotte non sono le stesse. Ma condividono una domanda. Chi decide quali vite contano? Quali corpi sono degni di protezione. Quali corpi possono occupare spazio. Quali corpi possono esistere senza essere continuamente giustificati. Il Pride è nato perché qualcuno ha avuto il coraggio di rispondere: Tutti.
Tutti i corpi. Tutti gli amori. Tutte le identità. Tutte le vite. Per questo la liberazione non può essere selettiva. Non può fermarsi davanti a un confine.Non può fermarsi davanti a una taglia. Non può fermarsi davanti a un’identità.Perché la libertà, se appartiene solo a qualcuno, non si chiama libertà.
Si chiama privilegio.
Continuiamo allora a navigare in questa Flotilla. Con i nostri corpi. Con le nostre differenze. Con le nostre ferite. Con tutta la bellezza che ci hanno insegnato a nascondere. Perché non siamo noi a dover diventare più piccoli. È il mondo che deve imparare a essere abbastanza grande da contenerci tutti
Il valore non ha un limite, la libertà nemmeno.