DOCUMENTO POLITICO
ABRUZZO PRIDE 2026

Flotilla Queer

Una flotta intersezionale per i diritti

Esistono forme di dissenso, pratiche e teoriche, in grado di scrivere una nuova agenda politica, che hanno di fatto aperto una nuova fase di lotta a livello globale e nei diversi contesti nazionali, che sono riuscite a coinvolgere nuove soggettività e nuove generazioni anche grazie alla capacità di costruire alleanze complici (R. Borghi) tra movimenti femministi e LGBTQIA+, movimenti antirazzisti e movimenti per la giustizia ambientale. Al di là delle diverse genealogie che se ne possono tracciare, alla luce anche dei diversi contesti nazionali e della riscrittura in corso della storia dei femminismi, quello che qualifica il contemporaneo discorso transfemminista è il presentarsi come un discorso coalizionale e anticapitalista.

Ci riferiamo alle differenze che moltiplicano invece che dividere, alla necessità di non tornare indietro in quel mondo che vedeva come scontato e vincente il linguaggio verticale, performativo, oppressivo e che produce appunto scarto, prevaricazione e risentimento. Per prendere posizione, parteggiare – oggi più che mai – obiettando alla continua ripresa del linguaggio armato, che evoca in continuazione politiche dell’inimicizia e quell’analogia con la guerra che rischiano di sostanziare sempre di più un senso di conflitto permanente, caratterizzando il modo in cui pensiamo e quindi agiamo sia individualmente che collettivamente.

La nostra riflessione sul Potere ci ha messo alla prova facendoci affondare nelle contraddizioni di un occidente sempre più asfittico e avvitato su sé stesso.

Il fascismo, il razzismo, il sessismo, il patriarcato, l’omolesbotransabifobia sono tutte declinazioni della stessa dinamica oppressiva.

Per questo ci siamo trovate di fronte alla necessità di provare a pensare un nuovo paradigma, trasversale e intersezionale, fatto di relazioni significative, di porosità vicendevole e cura del possibile. Perché inchinarsi all’altra possa diventare sempre più un gesto di ascolto vero e di ri-conoscimento.

Non esistono le priorità, esistono le storie vere, i racconti e le testimonianze di vita vissuta: perché l’emergenza si rifletta nella cura e nella solidarietà, abbiamo provato allora insieme a dirci umane e vulnerabili senza che questo generasse sconforto e mortificazione.

Che l’accesso ai diritti fondamentali, umani civili e sociali, sia collettivo e non paralizzante: per una donna che vuole interrompere una gravidanza, per una persona anziana che vuole rivendicare la propria fragilità e libertà in opposizione alle ipotesi di discriminazione basata sull’età, per tutte le persone affette da fragilità mentale, per le lavoratrici, per le bambine che hanno bisogno della giusta istruzione, oltre che della tutela della propria salute e per il futuro di tutte.

Da qui dunque continuiamo a mettere in discussione i processi di normalizzazione che conducono all’esclusione e all’instaurazione di gerarchie, incluse quelle di genere e sessuali.

Non è possibile combattere una forma di oppressione senza combattere al tempo stesso tutte le altre, dal momento che tutte hanno la medesima radice, ossia la convinzione che alcune vite valgano e siano valide più di altre e che con questa idea apodittica e unilaterale di superiorità si giustifichi la posizione di dominio e sterminio delle une sulle altre. 

Pertanto, sebbene alcuni contesti richiedano di focalizzarsi su specifiche configurazioni dell’oppressione, non dobbiamo mai dimenticare che i diversi fili convergono nello stesso e medesimo groviglio – il nodo generale della dominazione. Ed è questo un nodo che non potrà essere disfatto fino a che non saranno slacciati tutti i fili che lo compongono.

Pensiamo da qui alla pratica della differenza sessuale, che in Lonzi assumeva una valenza polemica e destabilizzante, e che poi si è sempre più cristallizzata, passando dall’essere legata a una pratica di sperimentazione all’essere concepita come un presupposto identitario (Gambaro).

Rifiutiamo quella idea così tanto da aver voluto disfare il genere, disfare il centro, disfare le classifiche, l’idea che democrazia significhi legge del più forte, del più armato, del più ricco, del più conforme.

E siamo scese dal centro invadendo le periferie, i margini, i luoghi in via di spopolamento. Abbiamo deciso di stare al passo della più lenta fra noi. 

ABBIAMO ELETTO IL MARGINE A SPAZIO DI RADICALE POSSIBILITÀ.

Proprio bell hooks infatti ci ha insegnato quanto il margine non sia soltanto luogo di esclusione, nè solo il bordo al quale qualcuno ci spinge quando non rientriamo nella sua norma, nei ruoli, nei corpi, nei desideri e nelle famiglie considerate accettabili.

Insegnandoci a trasgredire, ci ha mostrato come il margine può diventare spazio di visione, resistenza e possibilità.

Dai margini si vede il centro per quello che è, si riconoscono le sue violenze, le sue gerarchie, le sue ipocrisie, e dai margini si possono immaginare altri modi di vivere, di amare, di stare insieme.

Per questo Abruzzo Pride nasce e cresce con questa chiara consapevolezza politica e affettiva: siamo state spesso costrette ai margini, e da quei margini abbiamo imparato a costruire comunità, linguaggi, alleanze, pratiche di cura reciproca e sopravvivenza.

Come scrive Anna Tsing raccontando il matsutake1, fungo che cresce nelle foreste disturbate, nei luoghi feriti dallo sfruttamento e poi abbandonati, anche dalle rovine del capitalismo possono nascere forme inattese di vita. Non per giustificare il danno, non per dire che la ferita sia necessaria, ma per riaffermare a gran voce che è da qui che la vita trova modi ostinati, laterali, collettivi per continuare.

Seguiamo allora le tracce dei matsutake, esempio tangibile di sopravvivenza collaborativa.

Il Pride è anche questo: non una festa separata dalla realtà, ma una dichiarazione di esistenza dentro un mondo che spesso prova ad appiattire le differenze come un bulldozer, con un capitalismo che appiattisce la terra delle sue specificità.

È per questo allora che noi abbiamo scelto di andare per mare a partire da un porto piccolo, periferico, quello di Giulianova. E da qui continueremo, con perseveranza e pervicacia radicale, a portare il nostro messaggio nell’Abruzzo più isolato, ignorato, meno intercettato dalla dialettica gentrificata dei grandi centri urbanizzati asfaltati resi neutri e ipervigilati, puliti, rivestiti e patinati.

Noi siamo qui per dire che le differenze non si appiattiscono, si ascoltano. Che le vite LGBTQIA+ non sono eccezioni da tollerare, ma presenze da riconoscere pienamente. Che dai margini può nascere una politica più giusta per tutte, perché nessuna liberazione vale se anche una sola di noi continuerà a sentirsi sola, inascoltata, sofferente.

1. UN PRIDE DAL BASSO, DI TUTTE

In questi sette anni abbiamo attraversato maree violente, tempeste politiche e isolamento territoriale ma la nostra Flotilla Queer non ha mai cambiato rotta per adattarsi alle correnti del profitto.

Continuiamo a navigare con la convinzione che il Pride non possa diventare una vetrina costruita per il mercato, né un evento addomesticato dalle multinazionali che trasformano le nostre vite in strategie di marketing. Viviamo dentro un sistema che tenta continuamente di assorbire ogni forma di dissenso, di renderla innocua, vendibile, patinata. Anche le nostre lotte vengono consumate come prodotti: identità trasformate in target commerciali, bandiere arcobaleno usate come campagne pubblicitarie, diritti ridotti a slogan da esibire per un mese all’anno mentre, per il resto del tempo, si continuano a sfruttare lavoratrici, discriminare persone trans e non binarie, negare salari dignitosi, precarizzare le vite e silenziare le marginalità. Questo è il volto del rainbow washing: una mano che sventola il nostro orgoglio mentre l’altra continua ad alimentare le stesse strutture che producono oppressione, esclusione, povertà e violenza.

Per questo l’Abruzzo Pride sceglie di essere un Pride dal basso, libero e autofinanziato. Non perché sia una scelta romantica o simbolica, ma perché crediamo che l’autonomia politica della comunità LGBTQIA+ sia una condizione fondamentale per la sua liberazione.

Un Pride costruito dalla comunità è un Pride che risponde ai bisogni reali delle persone LGBTQIA+, non agli interessi economici degli sponsor. È un Pride che non deve chiedere il permesso di esistere, che non deve smussare il proprio linguaggio per risultare appetibile, che non deve trasformare la rabbia in intrattenimento o la dissidenza in spettacolo. La nostra Flotilla Queer non cerca madrine e padrini, ambassador o legittimazioni calate dall’alto. Non crediamo che la forza delle nostre lotte dipenda dalla presenza di un brand, di una celebrity o di un contratto pubblicitario.

La forza del Pride nasce dalle relazioni tra di noi: dalle assemblee, dalle reti di supporto, dalle persone che costruiscono spazi sicuri, dalle soggettività che ogni giorno resistono nelle province, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle famiglie ostili, nelle associazioni aderenti e nelle periferie sociali. Un Pride dal basso significa restituire centralità alla comunità stessa: ai corpi non conformi, alle persone trans, alle soggettività razzializzate, alle persone disabili, precarie, sex worker, migranti, neurodivergenti, a chi troppo spesso viene invisibilizzata persino dentro alcuni spazi LGBTQIA+. Significa creare uno spazio orizzontale dove il valore non è determinato dal denaro investito ma dalla partecipazione, dalla cura reciproca, dalla costruzione collettiva.

Per noi il Pride non è una fiera da sponsorizzare, ma una nave collettiva da costruire insieme, tavola dopo tavola, vela dopo vela. È un luogo in cui amicizia, solidarietà e conflitto politico convivono e si alimentano a vicenda. È la scelta di mettere al centro le persone invece del profitto, la liberazione invece della monetizzazione, la comunità invece del branding. Abbiamo attraversato mari in tempesta per conquistare visibilità, autodeterminazione e dignità. Non abbiamo intenzione di svendere tutto questo per una sponsorizzazione o per una campagna pubblicitaria colorata.

La nostra Flotilla Queer continua a navigare fuori dalle rotte del capitale, perché sappiamo che la liberazione queer non può essere comprata e che nessuna multinazionale potrà mai rappresentare la forza politica di una comunità che sceglie di costruirsi dal basso, insieme.

2. NOI SIAMO ABBASTANZA

La nostra società è attraversata da canoni estetici e di genere.
Il sistema capitalista vede nei corpi e nelle identità merce da controllare e la performance e l’essere abbastanza diventa un’esperienza generale e di tutta la collettività da riconoscere e smantellare.

Il sistema capitalista si è insinuato talmente tanto in noi che alle volte facciamo fatica a darci dei confini. Se infatti da un lato il capitalismo fa sì che in cambio della nostra prestazione e all’utilizzo del nostro del corpo corrisponda un compenso, dall’altro il sistema ci condiziona talmente tanto da spingerci al massimo pur di non essere tagliate fuori dalla competizione.
Arriviamo persino a rifiutare lavori solo perché la società non li considera “abbastanza”. Questo ci porta a perdere di vista l’importanza del riposo, degli spazi personali, dello “staccare”, del “non fare niente”. Il riposo viene concepito alle volte solo come un modo per ricaricarsi ed essere di nuovo performative.

Non siamo abbastanza nemmeno in tutti gli altri aspetti della nostra vita, occhi costanti che giudicano, confrontano, validano sia in presenza che online. Non siamo mai abbastanza magre, siamo troppo grasse, abbiamo troppi peli, non siamo mai abbastanza conformi a un’identità di genere binaria, mai abbastanza “accettabili”.
Noi invece siamo ciò che siamo, noi siamo abbastanza, le nostre relazioni sono abbastanza e nel pieno del nostro corpo e delle nostre identità siamo valide.

Non vogliamo negare la sofferenza, le ansie, il senso di colpa che questi giudizi provocano ma al contrario, dobbiamo e possiamo riconoscere queste esperienze come vissuti collettivi e attraverso le pratiche di cura smantellare quegli occhi che continuano a giudicarci.

Rivendichiamo il diritto ad essere stanche, a sbagliare, a lasciare progetti a metà o a cambiare idea, all’essere tristi e a sentirci vulnerabili. Noi siamo anche così.

Nella Flotilla Queer nessuna barca è lasciata indietro, siamo tutte uguali e continuiamo a salpare insieme, con i nostri tempi, con il diritto al riposo, con le nostre bandiere imperfette e con la consapevolezza che essere sé stessa è l’atto di libertà più rivoluzionario.

3. UNA TEMPESTA DI INTOLLERANZA

Navighiamo in un mare in tempesta. Cercano di fermarci e attaccarci con onde mosse da correnti di odio sempre più violente. Attraversiamo una marea alimentata dalle nostre stesse Istituzioni. In questo mare tempestoso non cerchiamo porti sicuri in cui nasconderci ma spieghiamo le vele e navighiamo insieme: siamo una flotta resistente, orgogliosa e pronta a solcare quelle stesse acque che vorrebbero sommergerci.

Il report ILGA Europe Rainbow Map 2026 fotografa la drammatica discesa dei diritti LGBTQIA+ in Italia. Un paese che continua a sostare nelle retrovie in Europa, senza alcuna azione concreta da parte delle istituzioni a tutela delle soggettività LGBTQIA+.

L’Italia è al 36° posto su 49 paesi europei in merito a diritti LGBTQIA+ e osserviamo con preoccupazione che l’ente europeo registra una perdita di ben 16 punti percentuali nell’ultimo decennio: stiamo tornando indietro e dopo l’Italia ci sono l’Ungheria, la Lituania, la Polonia, la Bulgaria.

Continuiamo a denunciare la mancanza di tutele legislative, nessuna legge contro i crimini d’odio omolesbobitransafobico, le nostre unioni continuano a essere riconosciute come unioni di serie B, non come famiglie, ma come specifiche formazioni sociali e sono riusciti a mettere al bando anche l’educazione affettiva nelle scuole. Il DDL Valditara è legge, l’educazione passa dal consenso informato, l’oscurantismo dilaga e il ministro commenta «tuteliamo i bambini dalla confusione della propaganda gender».

Assistiamo a uno smantellamento dei diritti finora raggiunti portato avanti dal governo nazionale: la legge sul reato universale per la gestazione per altre criminalizza le nostre famiglie che accedono alla GPA all’estero, mina il diritto all’autodeterminazione delle famiglie e delle donne, l’adozione continua a non essere accessibile alle persone single, alle famiglie omosessuali e le soggettività trans e non binarie sono apertamente attaccate, invisibilizzate, negate. Non possiamo dimenticarci quanto accaduto al Carreggi.

Se poi allarghiamo il nostro orizzonte, a livello europeo non possiamo non sottolineare come l’intento di vietare le pratiche o terapie di conversione sia poi diventata una mera raccomandazione, restando vietate in appena 10 nazioni in tutta l’Europa. Parallelamente si moltiplicano i contesti di aperto pericolo come Russia, Georgia, Bulgaria, Slovacchia e Regno Unito, in cui il diritto all’affermazione di genere ha subito pesanti attacchi e restrizioni legislative. Osserviamo l’Europa con la speranza che la ‘direttiva vittime’ approvata dall’UE nello scorso fine maggio sia nei due anni a seguire un primo tassello di una legge contro l’odio omolesbobitransfobico in Italia.

4. IL FARO DEL MOVIMENTO TRANS*

Le persone trans* non sono un’appendice del movimento. Non sono la nota in fondo alla pagina da rispolverare quando serve sembrare inclusive. Le persone trans* sono state la scintilla della rivolta, il corpo esposto sulla linea del fuoco, la voce che ha aperto varchi quando il mondo queer era ancora clandestinità, fame, manganelli e notti passate a sopravvivere. La nostra Flotilla Queer naviga perché, prima di noi, hanno avuto il coraggio di incendiare il porto.

E oggi quello stesso sistema che prova a cancellare le persone trans* tenta di disciplinare tutte noi. Perché ogni attacco all’autodeterminazione di genere è un attacco alla libertà collettiva di esistere fuori dall’ordine patriarcale, binario e produttivo che ci vogliono imporre.

Le persone trans* sono il bersaglio privilegiato di una guerra culturale globale perché dimostrano, con la sola esistenza, che il genere non è destino, che il corpo non appartiene allo Stato, che la libertà non può essere schedulata nei loro registri anagrafici. E allora i governi reagiscono come fanno sempre i poteri fragili: costruendo mostri. Inventano emergenze inesistenti. Trasformano le persone trans* in un dibattito televisivo permanente. Alimentano panico morale, campagne mediatiche tossiche e legislazioni punitive mentre nel mondo aumentano i transcidi, le aggressioni, le discriminazioni lavorative, sanitarie e abitative.

Ci vogliono invisibili, impoverite e isolate. Ci vogliono stanche abbastanza da smettere di esistere nello spazio pubblico. Ma noi siamo ancora qui. Siamo qui mentre l’Europa parla di diritti e poi lascia le persone trans* intrappolate in percorsi medici interminabili, umilianti e patologizzanti. Siamo qui mentre in Italia una legge vecchia di oltre quarant’anni continua a trattare l’identità di genere come un problema burocratico da autorizzare invece che una libertà da garantire. La Legge 164 è stata una conquista storica, ma oggi mostra tutta la sua arretratezza: tempi infiniti, percorsi disomogenei, ostacoli economici, tribunali, perizie, gatekeeping sanitario e istituzionale. L’autodeterminazione non può dipendere dalla fortuna geografica, dal reddito o dalla discrezionalità di chi decide se la tua identità sia “abbastanza vera”. Vogliamo percorsi rapidi, accessibili, gratuiti, autodeterminati. Vogliamo una sanità che accompagni e non sorvegli. Vogliamo rettifiche anagrafiche semplici. Vogliamo che le persone trans* smettano di essere costrette a dimostrare la propria esistenza davanti a commissioni, giudici e protocolli costruiti da chi non vive i loro corpi. E mentre succede tutto questo, il mondo sportivo continua a usare le persone trans* come bersaglio simbolico. Le esclusioni dalle competizioni, dalle federazioni e dalle Olimpiadi vengono raccontate come “neutralità”, “equilibrio”, “protezione”. Ma sappiamo riconoscere la propaganda quando la vediamo. Perché ogni volta che il potere parla di proteggere qualcuno togliendo diritti a una minoranza, il risultato è sempre lo stesso: più esclusione, più odio, più violenza sociale legittimata. Le persone trans* non minacciano lo sport. Minacciano l’idea che esista un solo modo legittimo di essere corpo. Ed è proprio questo che spaventa le destre reazionarie di tutto il mondo: la possibilità che le identità smettano di obbedire. Per questo costruiscono campagne ossessive contro la cosiddetta “ideologia gender”, contro le carriere alias, contro i percorsi di affermazione di genere, contro l’educazione affettiva e sessuale. Hanno bisogno di confini rigidi perché il loro potere si regge sulla paura, sulla gerarchia e sul controllo dei corpi. Eppure c’è qualcosa di tragicamente assurdo nel vedere pezzi della nostra stessa comunità inseguire quelle stesse politiche autoritarie sperando di salvarsi diventando “accettabili”. La storia queer ci insegna il contrario: ogni volta che qualcuno ha provato a decidere quali identità meritassero rispetto e quali dovessero essere sacrificate per ottenere consenso, il risultato è stato soltanto altro isolamento, altra violenza, altra esclusione. Nessuna nave queer si salva lasciando indietro le altre. La nostra Flotilla Queer non cerca integrazione dentro un ordine che continua a considerarci negoziabili. Noi vogliamo trasformarlo radicalmente. Per questo le lotte trans* non sono una parentesi del movimento LGBTQIA+: ne sono il cuore pulsante, la corrente che continua a spingere avanti tutte le nostre libertà. Finché le persone trans* non saranno libere, nessuna di noi lo sarà davvero.

5. SALPIAMO VERSO LA LIBERAZIONE DEI CORPI

C’è una domanda che oggi attraversa la comunità LGBTQIA+ e il movimento body positive come una corrente forte: cosa succede quando la società torna a ossessionarsi sulla magrezza mentre ci racconta di farlo “per salute”? L’esplosione di farmaci come Ozempic e Mounjaro non riguarda solo la medicina o il mercato farmaceutico. Riguarda i corpi. Riguarda quali corpi possono occupare spazio, essere desiderati, essere visibili senza vergogna. Per questo il tema non è marginale per la comunità LGBTQIA+: ci attraversa nel profondo. Le persone queer, trans*, non binary, grasse, disabili e razzializzate hanno sempre vissuto il corpo come un territorio politico. Un confine sorvegliato. Un luogo su cui il potere decide cosa è accettabile, sexy, sano, produttivo, umano. Per anni il movimento body positive ha aperto una breccia. Ha permesso a migliaia di persone di sopravvivere all’odio estetico, alla grassofobia, ai disturbi alimentari, alla vergogna sociale. Ha detto una cosa semplice e rivoluzionaria: non dobbiamo guadagnarci il diritto di esistere attraverso la magrezza. E questa lotta è sempre stata profondamente queer. Perché la comunità LGBTQIA+ conosce bene il ricatto della rispettabilità corporea. Lo conoscono le persone trans* a cui viene chiesto di fare il percorso d’affermazione per essere abbastanza. Lo conoscono le persone gay schiacciate dall’ideale del corpo perfetto da palestra. Lo conoscono le lesbiche masc considerate “sbagliate”. Lo conoscono le persone non binary a cui il mondo impone continuamente una leggibilità estetica. Lo conoscono le persone grasse queer, spesso escluse persino dagli stessi spazi LGBTQIA+. La norma patriarcale non controlla solo le nostre relazioni. Controlla anche come dobbiamo apparire per essere considerate degne. Ed è qui che la Flotilla Queer prende posizione. Non siamo contrarie alla medicina, non vogliamo colpevolizzare nessuna, specie chi autodeterminandosi utilizza farmaci per dimagrire, per il diabete o per la propria salute, ma affermare che i corpi per noi non devono essere trasformati mai in campo di purezza ideologica. Ognuna deve poter scegliere liberamente del proprio corpo, senza stigma in nessuna direzione, senza pressione sociale. Ma dobbiamo porci una domanda politica: perché una società che per anni ha umiliato i corpi grassi oggi celebra come progresso qualsiasi strumento che li renda invisibili? Perché mentre si tagliano servizi pubblici, salute mentale e supporti alimentari, miliardi vengono investiti nel sogno di corpi sempre più piccoli, controllati, performanti e conformi? La retorica contemporanea della “wellness” spesso non libera i corpi: li rende semplicemente più governabili. Più efficienti. Più vendibili. Più silenziosi. Il rischio è che la body positivity venga svuotata e trasformata in una semplice estetica commerciale: una campagna pubblicitaria inclusiva finché il mercato non trova il modo di venderti la cancellazione del tuo stesso corpo. Per noi persone queer, invece, la liberazione corporea non può dipendere dalle mode del mercato farmaceutico né dagli algoritmi della desiderabilità online. La libertà non è diventare tutte uguali. La libertà è poter esistere senza dover restringere noi stesse per essere tollerate. La nostra Flotilla Queer naviga nella direzione opposta: verso corpi imperfetti, mutevoli, grassi, magri, femminielli, muscolosi, effeminati, tatuati, disabili, pelosi, fluidi, stanchi, euforici, non conformi. Corpi che il sistema considera “troppo”: troppo visibili, troppo queer, troppo vivi. Eppure è proprio in questo eccesso che nasce il futuro. Difendere la pluralità dei corpi significa difendere una società più libera per tutte. Perché quando un corpo smette di essere una prigione da correggere, può finalmente diventare una nave: un mezzo per attraversare il mondo, incontrarsi, desiderarsi, allearsi. La Flotilla Queer non salpa verso la perfezione. Salpa verso la liberazione.

6. CORPI RIBELLI IN MARE APERTO

Siamo un’armata di corpi ribelli in mare aperto. Non una nave sola, ma una moltitudine di navi in movimento, fatto di rotte che si incrociano senza mai diventare identiche tra loro. Vogliamo una cosa sola: la libertà assoluta di decidere sui nostri corpi. La storia del potere ha sempre funzionato così: tracciare confini sui corpi, decidere quali vite meritano futuro e quali invece devono restare sommerse. Alcuni corpi vengono trasformati in porti sicuri da proteggere, altri in acque illegali da respingere, controllare, correggere. La nostra Flotilla Queer nasce proprio contro questa cartografia della norma. Siamo imbarcazioni irregolari in un mare che il potere vorrebbe perfettamente militarizzato: un oceano dove sessualità, genere, riproduzione e famiglia vengono governati da leggi patriarcali, morale religiosa e interessi economici. Ma noi non navighiamo per chiedere il permesso di esistere. Navighiamo per cambiare le correnti. Per questo i diritti riproduttivi non sono un tema separato dalle lotte LGBTQIA+: sono uno dei fronti più urgenti della nostra liberazione collettiva. Perché il controllo della riproduzione è sempre stato uno strumento per disciplinare i corpi non conformi. Lo è quando lo Stato ostacola l’aborto. Lo è quando la medicina decide quali famiglie sono “naturali”. Lo è quando le persone trans devono affrontare percorsi sanitari umilianti per preservare la fertilità o accedere alla genitorialità. Lo è quando le persone non binary vengono cancellate da protocolli costruiti esclusivamente attorno al binarismo uomo/donna. Lo è quando le persone lesbiche e queer incontrano ostacoli economici e legislativi nell’accesso alla PMA. Lo è quando le persone intersex vengono sottoposte ancora oggi a interventi normalizzanti senza consenso. Ci hanno raccontato che i diritti riproduttivi riguardano soltanto “le donne” e soltanto la maternità. Noi diciamo che riguardano tutte le soggettività che il sistema considera devianze da correggere o vite da amministrare. Riguardano chi vuole interrompere una gravidanza. Riguardano chi vuole avere figli e viene esclusa. Riguardano chi non vuole riprodursi mai. Riguardano chi vuole accedere a percorsi di affermazione di genere senza perdere il diritto al proprio futuro riproduttivo. Riguardano chi desidera una medicina che non tratti i corpi queer come anomalie statistiche. Per questo l’autodeterminazione riproduttiva è una questione profondamente queer. Eppure continuiamo a vivere in un sistema sanitario progettato attorno a un solo modello possibile: bianco, cisgender, eterosessuale, normativo. Tutto ciò che esce da quella rotta viene rallentato, ostacolato, patologizzato. Le persone trans e non binary affrontano ancora enormi difficoltà nell’accesso a cure ginecologiche, percorsi endocrinologici, preservazione della fertilità e supporto riproduttivo, spesso per mancanza di formazione del personale sanitario o per aperta discriminazione. Esistono ancora moduli, linguaggi e protocolli che cancellano intere esistenze. Troppi consultori e reparti ospedalieri restano spazi ostili per chiunque non rientri nella norma ciseterosessuale. Questa esclusione non è un errore del sistema: è il sistema. Ed è lo stesso sistema che rende l’IVG un percorso a ostacoli. Mentre i movimenti antiabortisti avanzano nelle istituzioni e nei consultori, l’aborto continua a essere attraversato da colpevolizzazione, burocrazia e violenza psicologica. La pratica di imporre l’ascolto del battito fetale prima di interrompere una gravidanza non ha nulla di medico: è un rituale disciplinare costruito per produrre trauma e controllo emotivo. Allo stesso modo è inaccettabile che l’obiezione di coscienza continui a svuotare il diritto all’aborto dall’interno della sanità pubblica. In molti territori abortire è formalmente legale ma materialmente difficilissimo. Quando un diritto esiste solo sulla carta non è un diritto: è propaganda istituzionale. E mentre tutto questo accade, la contraccezione resta un privilegio economico. I farmaci anticoncezionali sono ancora troppo spesso in fascia C e quindi completamente a carico della persona che ne ha bisogno. Ancora una volta il peso della prevenzione viene scaricato quasi esclusivamente sui corpi femminilizzati, mentre la ricerca sulla contraccezione maschile continua a ricevere investimenti minimi, rallentata da una cultura patriarcale che considera intoccabile la fertilità maschile e sacrificabile quella altrui. Noi vogliamo disertare questa navigazione imposta.

7. OGNI NAVE HA IL SUO VALORE

In una società libera ogni persona, ogni corpo ha il suo valore.

Ciò non avviene per le persone con disabilità che, nel sistema privilegiato e capitalista,  rimangono sempre l’oggetto di cui si parla e mai il soggetto di chi fa, ascolta, sente, vive.

Non vogliamo “dare voce a” ma “fare spazio per” tutte le persone che occupano e attraversano gli spazi, ognuna a modo suo.

Le persone con disabilità, in questa retorica capitalista, vengono infantilizzate e romanticizzate, negando loro la possibilità e la dignità di essere ciò che sono e chiunque vogliano essere, con le proprie sfaccettature e sfumature.

Ciò porta a una non piena considerazione della persona, con le sue esigenze e le sue necessità che vanno oltre la condizione di disabilità, portando anche all’annullamento e alla negazione della propria sfera sessuale. Il corpo della persona con disabilità diventa un corpo medicalizzato e non desiderante, a cui viene rifiutata la possibilità di essere un soggetto erotico autonomo, con la propria vita sessuale e i propri desideri.

La società capitalista standardizza i corpi e le relative esigenze, è così rigida che gli unici corpi considerati desideranti sono quelli giovani, simmetrici, performativi escludendo di fatto le persone con disabilità che non rientrano in questi canoni perché hanno corpi che si muovono diversamente, comunicano diversamente, sentono diversamente.

8. UNA SCUOLA IN TEMPESTA

In una società pervasa da canoni normativi e standardizzanti, la scuola diventa un’importante, se non la prima, promotrice delle soggettività che compongono la comunità.

In ottica intersezionale, la scuola deve farsi carico ed espressione di ogni persona che la attraversa affinché venga vista nella sua complessità di origine, abilità, classe sociale, senza che nessuna di queste dimensioni venga ignorata, bensì conosciuta e accolta.

Bisogna dare un segnale concreto adottando pratiche e linguaggi che riconoscano le differenze invece di stigmatizzarle, costruendo una scuola realmente e concretamente inclusiva. Una scuola che faccia da contraltare alla società e alle sue dinamiche meramente economiche, capitaliste, classiste e competitive ma che abbia al centro l’educazione, il confronto, la cura e la relazione.

L’Istituzione Scuola invece negli ultimi tempi propone solo pratiche repressive e mai educative: schedatura delle scuole che propongono progetti contro le discriminazioni e schedatura del personale docente che esprime la propria posizione di difesa dei diritti umani. E poi paternalisticamente vara il Piano Estate: il palliativo e non la misura risolutiva per le disuguaglianze economiche e sociali che attanagliano le famiglie di persone piccole.

L’educazione e l’istruzione devono essere un diritto effettivo per tutte. 

Spesso invece la scuola diventa espressione di abilismo2 non vedendo più la persona per i suoi talenti, le sue capacità, la sua personalità e la sua identità ma come mero contenitore di limiti e ostacoli in cui la disabilità diventa la caratteristica totalizzante della persona.

La scuola resta, ed in alcuni casi rimane, l’unico luogo di confronto sociale ed affettivo. L’educazione sessuale ed affettiva diventa quindi di fatto non più un’opzione o una scelta per allargare l’offerta formativa ma una necessità, un’urgenza forte: sociale, educativa e culturale. Il Ministero dell’Istruzione (e del Merito) da un lato stanzia fondi e promuove un fantomatico Piano Nazionale per l’Educazione al Rispetto3 dall’altra introduce l’obbligo di autorizzazione preventiva dei genitori su attività didattiche che includano l’educazione affettiva, sessuale, o i temi del contrasto alle discriminazioni. Il DDL Valditara, ormai legge, vieta l’educazione affettiva nel primo ciclo e la ingabbia nel secondo ciclo. Le scuole dovranno: acquisire il consenso delle famiglie almeno 7 giorni prima delle attività previste, fornire dettagliatamente obiettivi formativi, materiale didattico fornito e la presenza di eventuali persone esperte esterne, oltre a prevedere attività alternative per chi non darà il consenso. Insomma, di fatto si tradurrà in una paralisi delle attività didattiche che non farà che accentuare le disparità sociali, di accesso alle informazioni, di cultura del rispetto e della diversità, di sostanziale sottrazione del ruolo formativo della scuola. Ancora una volta questo governo risponde alle nuove generazioni con divieti e repressione.

Un cortocircuito che danneggia non solo le studentesse ma lo stesso corpo docente ingabbiato da norme e regole ideate da persone che non mettono piede in una classe probabilmente dal loro esame di maturità. Classi nelle quali la realtà irrompe prepotente e senza chiedere permessi o approvazioni, classi nelle quali si raccontano le migrazioni, le violenze casalinghe, la solitudine, l’ansia delle pressioni sociali, la paura del cambiamento climatico, il ritorno delle malattie sessualmente trasmissibili, l’assoluta mancanza di informazione sui rapporti sessuali o dall’altro la lettura irreale che se ne ha dalla pornografia.

Senza un’adeguata educazione affettiva cresceranno generazioni prive degli strumenti necessari a leggere le relazioni, le emozioni, a costruire sentimenti sani e rispettosi. Senza un’adeguata educazione affettiva l’ambiente scolastico diventa un luogo non più sicuro anche per la comunità queer adulta che lo attraversa, dal personale docente a quello amministrativo.

“L’educazione alle differenze, volta a prevenire le discriminazioni contro ogni diversità, con particolare riferimento alle discriminazioni di genere, al fine di informare, formare e  sensibilizzare studenti e studentesse, docenti e genitori, è attualmente prevista dalla legge italiana e da una serie di fonti nazionali e sovranazionali e costituisce un corollario di numerosi principi generali del nostro ordinamento, a differenza di quanto vogliono far credere campagne di comunicazione reazionarie e diffamatorie. Anzi, risulta cruciale nell’ambito delle competenze che alunne e alunni devono acquisire, come scritto nelle Raccomandazioni del Parlamento Europeo relative alle competenze chiave per l’apprendimento permanente (2016). Nella ricezione italiana del provvedimento, nella macro-area delle Competenze di Cittadinanza che alunne e alunni devono acquisire, fondamentale aspetto riveste nella scuola l’educazione alla lotta ad ogni tipo di discriminazione e la promozione ad ogni livello del rispetto della persona e delle differenze.”4

9. LA FLOTTA DELLE FAMIGLIE QUEER

Fare parentele, non popolazioni5 (cit.)

Dentro la nostra idea di margine come spazio generativo, guardare anche alla genitorialità queer, alle nuove famiglie e alle nuove forme di affettività. Perché ‘fare parentele’ anche in modo non biologico per noi è parte del concetto pieno di genitorialità.

Intercettiamo il bisogno che c’è di intentare nuovi concetti e pratiche di cura e parentela – per dirla con Adele Clarke e Donna Haraway – “ e allo stesso tempo fare attenzione e sincronizzarci sui modi in cui le persone e le popolazioni già fanno e valorizzano parentele diverse da quelle biologiche in forme non imperialiste”. Le persone si apparentano perché condividono esperienze e generano senso di appartenenza. 

Perché le famiglie LGBTQIA+ non sono famiglie “meno vere”, non sono eccezioni da spiegare o concessioni da tollerare: sono luoghi reali di amore, responsabilità, cura, crescita e futuro. Ci mostrano che la famiglia non è una formula rigida, ma una relazione viva; non è soltanto sangue, cognome o conformità a un modello, ma presenza, scelta, dedizione, reciprocità. 

Le nuove forme di affettività ci insegnano che si può costruire comunità anche fuori dagli schemi previsti e legalmente imposti, che si può essere madri, padri, genitori, persone adulte di riferimento e reti di cura senza dover chiedere il permesso a una norma che troppo spesso confonde la tradizione con la giustizia. 

Per noi il principio guida è e rimane quello dell’autodeterminazione che già Simone De Beauvoir pone alla base della piena facoltà di disporre del proprio corpo sia che si tratti di non riprodursi sia che si tratti di riprodursi, con o senza tecnologie. Sappiamo come, nonostante i decenni che ci separano dal Secondo sesso, non siamo nelle condizioni di affermare che un pieno esercizio dell’autodeterminazione in ambito sessuale riproduttivo sia agito da chiunque e ovunque allo stesso modo. Scrive Angela Balzano nel suo Per farla finita con la famiglia. Dall’aborto alle parentele postumane che “le tecnologie della vita danno luogo a notevoli idiosincrasie”, poichè “non è affatto scontato che siano accessibili ovunque e per tutte: la classe e la razza, il contesto economico normativo geopolitico tracciano precisi confini. La riproduzione non è per tutti, la schizofrenia del sistema è evidente: si impone agli eterosessuali la riproduzione ostacolando l’accesso all’aborto, si nega a gay lesbiche e persone trans di riprodursi quando ne avvertono il desiderio ad altre latitudini vengono imposte sterilizzazioni forzate oppure viene interdetto l’accesso alla contraccezione”

E allora difendere questa nostra idea di genitorialità, le nostre famiglie queer, significa difendere tutte le famiglie, perché significa affermare che ogni bambina, ogni bambino, ogni persona e ogni esistenza umana e non umana ha diritto a essere riconosciuta dentro l’amore che la cresce, la accompagna e la protegge.

Contro “questi oscuri fabbricanti di storia e le loro finzioni amministrative e politiche” vogliamo “raccontare che la famiglia ha poco a che vedere con la biologia, che il certificato di nascita è uno stratagemma narrativo per far sì che i padri siano solo quelli biologici anche se non è sempre così. Le loro narrazioni sono deboli, temono le nostre alleanze. Nei mondi che Donna Haraway inventa e in quelli che noi auspichiamo, i generi si scelgono liberamente e cambiano, gli umani si legano ad altre specie, i genitori non sono mai nè due nè biologici, la procreazione non è così interessante, le alleanze si formano nel corso di tutta la vita e l’amicizia ha un posto privilegiato”. 6

10. UN MARE DI RELAZIONI

Vogliamo poter navigare in un mare di relazioni in modo libero e consapevole, dove relazioni romantiche e/o sessuali non vengano definite da senso di appartenenza e/o di possesso, non da un retaggio culturale che non sentiamo nostro. Vogliamo che il CONSENSO e la sincerità radicale siano il centro e il fulcro di ogni nostra relazione, e da li partire con progetti di vita che siano condivisi in maniera piena, senza compromessi dettati da consuetudini sociali, bensì dal desiderio e dalla volontà in libera espressione di ogni persona coinvolta. Pensare che l’amore sia un vaso da riempire e che sia l’amore di una sola persona a poterlo colmare, non è trasversale, potremmo dire che non è naturale. Vorremmo che la romanticizzazione delle relazioni non sia più fondamento, bensì una caratteristica naturale delle relazioni.  Le nostre relazioni si basano su consenso, passioni in comune, progetti di vita condivisi, attrazione sessuale, cura condivisa e amore: che tutte queste cose siano presenti, che ce ne sia solo una o solo alcune dovrebbe essere a totale discrezione delle persone in relazione. Immaginiamo un mondo in cui tutte possano sentirsi incluse nei processi civili e sociali anche quando la propria vita affettiva non corrisponde col “normato” attraverso una decostruzione della visione binaria e patriarcale delle relazioni, attraverso educazione e formazione e il riconoscimento legale delle forme relazionali non conformi.

In Italia (e non solo) sono secoli che cercano di imporci un vero e proprio romanzo nazionale fatto di promozione della natalità e della genitorialità, della coppia eterocisnormata monogama, necessariamente resa visibile nonostante tutto sia allestito per accogliere la formula ‘Mulino bianco’ (dai pacchetti vacanze, ai formati dei prodotti di consumo). Per questo, per non rimanere intrappolate in questo racconto mortifero e sanzionatorio dobbiamo costruire altri immaginari, dar spazio alle nostre voci. 

Non siamo passeggere in un’unica rotta prestabilita, ma una vera e propria flotilla queer. Vogliamo che ogni persona sia libera di scegliere la propria imbarcazione, di decidere chi accogliere a bordo e con chi condividere il timone. Non navighiamo in fila indiana ma come una flotta aperta, dove barche diverse avanzano insieme nello stesso mare, sostenendosi nella tempesta e celebrando la libertà di viaggiare vicine, ognuna con la propria rotta, unite dallo stesso desiderio di liberazione.

11. LA ROTTA DELL’UNIONE UNIVERSALE

Rivendichiamo il diritto di vedere riconosciute tutte le forme relazionali e familiari esistenti.

Il matrimonio non è solo un modello obsoleto e patriarcale, ma è anche binario. Non include tutte quelle forme relazionali che non siano eterosessuali, monogame e non definite da relazioni romantiche. 

Chi condivide vita e progetti ne rimane inevitabilmente esclusa, creando così marginalizzazione.

Ad oggi l’unica possibilità di vedere tutelata la propria famiglia, inclusa la possibilità di accedere a PMA e adozioni, è essere in una relazione monogama con una persona del sesso opposto. 

Noi abbiamo la necessità e il desiderio di decidere la composizione della propria famiglia in autonomia, in libertà, in totale armonia e consenso di ogni parte coinvolta. 

Non vogliamo altre forme giuridiche che escludano ancora una volta ma dispositivi che lascino la determinazione del proprio progetto di vita alla libera scelta delle persone coinvolte nella relazione o nelle relazioni, contrattando norme e regole che si plasmino sull’idea che la conformazione familiare decide sia meglio per essa stessa, e non uno stato che impone dei modelli a cui aderire, pena l’esclusione dalle tutele. Tutele che uno stato dovrebbe non solo favorire, ma garantire come sancito dall’art.3 della Costituzione Italiana.

12. LA BUSSOLA ANTISPECISTA E AMBIENTALE

La Flotilla Queer è intersezionale e ci insegna che le oppressioni non esistono separatamente: omolesbobitransafobia, patriarcato, capitalismo, colonialismo, razzismo e sfruttamento animale sono sistemi intrecciati. Tutti si fondano sulla stessa logica: dividere il mondo tra vite considerate degne di protezione e vite considerate sacrificabili. Il pensiero queer mette in crisi proprio questa ossessione per la norma, per il controllo e per la classificazione rigida dei corpi. 

In questo senso, anche l’antispecismo è una critica radicale alla norma: rifiuta l’idea che l’essere umano abbia il diritto naturale di dominare le altre specie.

L’approccio queer all’ecologia smonta la retorica conservatrice secondo cui la natura è binaria e lineare e mostra che la natura non è ordine fisso, ma trasformazione, contaminazione, mutazione continua. Gli ecosistemi stessi funzionano attraverso relazioni di interdipendenza e differenza. La biodiversità, in fondo, è una forma di dissidenza biologica.

Dentro questa prospettiva, l’antispecismo diventa anche una critica ecologica concreta. L’industria intensiva degli allevamenti è uno dei principali motori della devastazione ambientale: distruzione delle foreste, consumo di acqua, emissioni climalteranti, sfruttamento del lavoro migrante e precarizzato. Qui l’intersezionalità diventa evidente: lo stesso sistema che sfrutta gli animali sfrutta anche i corpi umani più marginalizzati. Non si tratta di mettere sullo stesso piano esperienze diverse, ma di riconoscere che esiste una struttura comune di violenza estrattiva.

La Flotilla Queer è un’alleanza tra soggettività e lotte differenti. Una flotilla non pretende uniformità: naviga proprio grazie alla pluralità delle sue imbarcazioni. 

La liberazione non avviene assimilando ogni differenza dentro un modello dominante, ma costruendo reti di cura e solidarietà tra esistenze differenti — umane e non umane.

Il mare è confine e passaggio ma anche luogo di crisi ecologica e politica: rotte migratorie, militarizzazione, sfruttamento delle risorse, innalzamento delle acque dovuto alla crisi climatica. Una prospettiva queer e intersezionale legge tutto questo come parte della stessa battaglia: difendere la possibilità di esistere liberamente contro sistemi che decidono quali vite possono attraversare il mondo e quali devono essere respinte, consumate o eliminate.

Per questo ambientalismo e antispecismo sono pratiche di liberazione collettiva. Significa immaginare un mondo fondato non sulla conquista ma sulla coesistenza; non sulla purezza ma sulla mescolanza; non sulla gerarchia ma sulla relazione.

La Flotilla Queer è una comunità in movimento che rifiuta di lasciare indietro qualcuno: persone queer, corpi marginalizzati, animali non umani, territori devastati. Una navigazione comune contro tutte le forme di dominio, verso un’ecologia della cura radicale e della convivenza.

Viviamo in un mondo che ci vuole divise, isolate e competitive. Un mondo che misura il valore delle vite in base a quanto producono, consumano e obbediscono. Le persone LGBTQIA+ conoscono bene questa violenza. Sappiamo cosa significa essere considerate “contro natura”, e sappiamo anche quanto spesso quella parola “natura” venga usata per giustificare controllo, esclusione e oppressione. Ma la verità è che non esiste nulla di naturale nello sfruttamento. Non è naturale devastare territori per profitto. Non è naturale trasformare gli animali in prodotti. Non è naturale sacrificare intere comunità alla precarietà, all’inquinamento e all’abbandono. Non è naturale costringere le persone a sopravvivere invece che vivere.
Per questo la nostra lotta queer è anche ecologista e antispecista. Perché i sistemi che opprimono i corpi queer sono gli stessi che sfruttano la terra e i viventi: sistemi fondati sulla gerarchia, sul dominio e sull’idea che alcune vite contino meno di altre.

La stessa cultura che pretende di decidere quali identità siano accettabili decide anche quali territori possano essere devastati, quali specie possano essere sterminate e quali persone possano essere lasciate indietro.
Noi rifiutiamo questa logica.
Rifiutiamo un modello di sviluppo che distrugge ecosistemi, alimenta disuguaglianze e produce solitudine, paura e violenza sociale.
Rifiutiamo il greenwashing delle istituzioni e delle aziende che parlano di sostenibilità mentre continuano a costruire un futuro invivibile. Rifiutiamo l’idea che il progresso debba passare attraverso lo sfruttamento. Per noi la giustizia climatica non è separabile dalla giustizia sociale. Non esiste transizione ecologica senza redistribuzione, accessibilità, diritto all’abitare, trasporti pubblici, sanità, autodeterminazione e libertà dei corpi. Le crisi climatiche colpiscono tutte, ma non colpiscono tutte allo stesso modo. Le persone marginalizzate sono sempre le prime a pagare il prezzo delle catastrofi ambientali, della povertà energetica, dell’isolamento territoriale e dello smantellamento dei servizi. E in territori come l’Abruzzo questo è evidente: aree interne abbandonate, trasporti insufficienti, spopolamento, precarietà e assenza di spazi sicuri attraversano ogni giorno la vita di moltissime persone queer. Per questo immaginiamo alternative radicali.

Immaginiamo città meno violente e più vivibili. Immaginiamo quartieri attraversati dalla cura reciproca e non dalla sorveglianza. Immaginiamo energie rinnovabili accessibili e non privatizzate. Immaginiamo spazi pubblici aperti, verdi, sicuri e realmente condivisi. Immaginiamo tecnologie usate per migliorare la vita delle persone e non per aumentare controllo, profitto e sfruttamento. Questo immaginario è anche solarpunk. Il solarpunk è una visione politica e culturale che rifiuta il cinismo del “non c’è alternativa”. Non accetta l’idea che il futuro debba essere necessariamente autoritario, tossico, disumano o ecologicamente collassato. Il solarpunk parla di comunità energetiche, mutualismo, architetture sostenibili, reti solidali, mobilità pubblica, accessibilità e convivenza tra tecnologia, natura e autodeterminazione. Parla di un futuro in cui la sopravvivenza non sia un privilegio e in cui il benessere non venga costruito sulla sofferenza di altri corpi, umani e non.  Ed è profondamente queer. Perché anche le esistenze queer sono sempre state un esercizio di immaginazione politica. Abbiamo creato famiglie oltre il modello imposto. Abbiamo costruito reti di supporto quando le istituzioni ci abbandonavano. Abbiamo trasformato margini in comunità. Abbiamo continuato ad esistere anche quando ci dicevano che non avevamo futuro. Una flotilla non è una nave sola. È una costellazione di attraversamenti, differenze e alleanze che avanzano insieme senza bisogno di uniformarsi. In un tempo segnato dalla crisi climatica, dalla crescita delle destre reazionarie, dalla violenza sistemica e dall’isolamento sociale, scegliamo di non affrontare la tempesta da sole. Scegliamo di navigare insieme.
L’Abruzzo Pride 2026 vuole essere questo: non solo uno spazio di rivendicazione, ma un laboratorio di futuro. Un luogo politico capace di intrecciare liberazione queer, ecologia, antispecismo, transfemminismo e giustizia sociale. Perché non vogliamo semplicemente sopravvivere dentro un sistema che produce violenza. Vogliamo costruire un mondo diverso.

13. FLOTILLA QUEER CONTRO GUERRE E GENOCIDI

Quando i potenti si infilano in dispute infinite, in discussioni su concessioni economiche e di terra, in cui nessuno vuole cedere di un passo, danno inizio alle guerre. 

E le guerre del nuovo millennio non si fanno sui campi di battaglia: si fanno distruggendo ospedali, scuole e intere popolazioni. Parlano di lotta al terrorismo, della difesa del popolo e delle terre ma sono solo favole per abbonire il mondo occidentale e dare un colpevole in pasto all’opinione pubblica. Sono favole per farci smettere di provare orrore. Orrore per le migliaia di persone uccise ogni giorno, o dovremmo dire, sterminate ogni giorno.

In Libano e in Palestina, Israele e il suo esercito calpestano ogni giorno il diritto internazionale e i diritti umani fondamentali, sotto gli occhi di tutte, anche dei nostri. 

Ci opponiamo con forza a chiunque vuole far passare il messaggio che ci siano ragioni giuste per le guerre: mai e poi mai ce ne saranno.

Uno stato che per lo stesso reato punisce in modo diverso chi delinque in base esclusivamente all’etnia non può ritenersi né uno stato democratico, nè uno stato degno di tutele e riguardo da chi ha, come l’italia, una Costituzione nata da 20 anni di fascismo e, soprattutto, di resistenza. 

Un governo che definisce un popolo “scarafaggi drogati in una bottiglia” – Rafel Eitan- , “per me sono animali, non sono umani” – Eli Ben Dahan – “gli arabi sono bestie e asini” “feccia di serpenti” – David Batzri – ha perso ogni credibilità per farci una morale. L’ipocrisia è totale: come possono pretendere di far sentire in colpa noi che ci rifiutiamo di essere complici, mentre loro portano avanti un genocidio nella più assoluta impunità?

Dobbiamo ricordare che normalizzare il linguaggio dell’odio razziale e della violenza è parte del problema: contribuisce a sollevare muri che dividono popoli e terre plasmando il consenso dell’opinione pubblica e dell’informazione.

Subdolamente utilizzano il rainbow washing pensando di poterci far cambiare idea: così ci aiutano solo a rafforzare la nostra convinzione che nulla potrà mai giustificare un genocidio e lo sterminio di un’intera popolazione.

Un genocidio, in particolar modo, a meno di 100 anni dalla fine del nazifascismo è uno schiaffo in faccia al buono che da un tale orrore poteva nascere, dimostrando ancora una volta quanto la Flotilla, anche quella queer, sia oggi più che mai necessaria. 

Chiediamo il riconoscimento dell’autonomia Libanese e la fine dei bombardamenti.

Chiediamo la liberazione del popolo palestinese, il riconoscimento dello stato di Palestina e che il governo di Israele, responsabile del genocidio, venga finalmente deposto e paghi per i suoi crimini.

14. LE CORRENTI DI FONDO

Nella società nella quale viviamo se produci sei valida. Crei le onde del momento. La corrente che spinge il sistema e lo autoalimenta.
Ecco che quindi quando smetti di produrre e ti godi te stessa diventi automaticamente un peso.
Le persone anziane, della terza e quarta età vengono automaticamente viste come persone non produttive. Eppure sono le correnti di fondo della nostra società, sono le storie, le esperienze, le vite, sono i tabù di 40-50 anni fa, sono l’omolesbobitransafobia interiorizzata in un momento storico diverso, sono ancora corpi desideranti, corpi desiderati, persone con sogni e desideri.
Per una persona LGBTQIA+ la terza età e la quarta età possono diventare ancora più isolate.
Il sistema di base delega la cura delle persone anziane interamente alla famiglia biologica verticale. Laddove viene vietata la genitorialità questa catena si spezza e le soggettività anziane rischiano ancora più invisibilizzazione, esclusione sociale e solitudine.
Purtroppo tale invisibilizzazione la riscontriamo anche all’interno della nostra stessa comunità agita per il tabù dell’invecchiamento e per le differenze di ambiente sociale nel quale siamo cresciute noi più giovani e noi più anziane.

Rivendichiamo una piena visibilità delle persone LGBTQIA+ di tutte le fasce di età, promuovendo un invecchiamento attivo, uno scambio generazionale e la pratica di cura.

Richiediamo una formazione in campo ospedaliero e RSA su tematiche di genere, sessualità e affettività al fine di renderci visibili e realmente noi stesse in tutte le fasi della nostra vita.

15. IL NODO DELLA TECNOLOGIA E DELLE ROTTE ALGORITMICHE

Probabilmente sei arrivata a questo documento politico attraverso un social media.

Nelle nostre comunicazioni in questi anni abbiamo utilizzato questi canali come megafono delle nostre iniziative o per fornirti informazioni sul Pride e sulle sue modalità di svolgimento. Stiamo però sviluppando ormai da un paio di anni uno sguardo critico verso questi strumenti, in quanto navighiamo a tutti gli effetti in acque controllate da poteri privati, dove gli spazi digitali non sono neutri ma guidati solamente da interessi economici.

Nonostante la loro utile funzione comunicativa, i social media sono sistemi capitalisti e focalizzati al profitto. Attraverso algoritmi dalle logiche opache, scelgono quali corpi oscurare o quali narrazioni silenziare, amplificano alcuni messaggi politici a discapito di altri, nascondono alcuni dissensi e ne esaltano altri, usano il nostro desiderio di comunicare per profilarci e proporci messaggi o prodotti più efficaci a sfruttare le nostre debolezze. Comunicare dovrebbe essere un diritto di tutte, e non uno strumento di arricchimento per poche.

Di pari passo guardiamo con preoccupazione l’espandersi delle intelligenze artificiali. Sebbene questa tecnologia possa essere utile, non possiamo non vedere i problemi ambientali e sociali che la fretta di renderla remunerativa sta causando. 

I paesi industrializzati utilizzano enormi quantità di acqua per raffreddare i server di tale servizio, quando 2,1 miliardi di persone non dispongono ancora di acqua potabile sicura, e si stima che donne e ragazze dedichino ogni giorno 250 milioni di ore alla raccolta dell’acqua7.

Dall’altro lato, l’addestramento delle intelligenze artificiali si regge sullo sfruttamento del lavoro in contesti geopolitici vulnerabili, sottopagati per etichettare e filtrare flussi di dati intrisi di violenza e contenuti tossici e il consumo di quantità enormi di opere d’ingegno senza il consenso delle autrici. Ci troviamo, ancora una volta, davanti alle storiche dinamiche di sfruttamento e oppressione

Queste dinamiche non si limitano a escludere le persone attraverso leggi o canali istituzionali ma prendono spazio e si allargano in maniera invisibile nelle infrastrutture tecniche, nelle piattaforme digitali e nei social media che oggi dominano lo spazio pubblico. Piattaforme che si spacciano per tecnologie asettiche, neutre ed efficienti, quando in realtà rappresentano uno degli atti di forza più ideologico del nostro secolo.

Siamo di fronte ad un vero e proprio potere tecnocratico che opera un controllo sistematico della nostra visibilità. La vita delle persone LGBTQIA+ non viene respinta da un esplicito divieto della legge ma progressivamente cancellata per incompatibilità con le logiche del profitto o al contrario spettacolarizzata e sfruttata quando porta ad un ritorno economico. 

Il nodo politico si consuma nell’allineamento perverso tra il codice binario informatico e il binarismo eteronormativo: i modelli di intelligenza artificiale e i filtri di moderazione, addestrati su archivi storici intrisi di patriarcato e colonialismo, non possiedono le categorie logiche per comprendere la complessità delle nostre esistenze. Ciò che non è riducibile a una metrica standardizzata o a una categoria facilmente monetizzabile viene automaticamente classificato come anomalia, subendo la violenza silenziosa dello shadowban e il declassamento nei feed.

Mentre le destre reazionarie si nutrono di panico morale, le grandi industrie tech trasformano i nostri corpi e le nostre identità marginalizzate in puro carburante per creare interazioni, polarizzando lo scontro politico per massimizzare i profitti e addestrando le macchine a invisibilizzarci. Di fronte alla narrazione di un digitale etereo e pulito, la realtà ci mostra il volto di un modello profondamente estrattivista. Questa presunta immaterialità, si regge invece sul consumo violento di risorse vitali e sullo sfruttamento delle lavoratrici. 

È esattamente qui che crolla il mito del progresso tecno-capitalista, rivelando un’architettura che finge l’evoluzione ma produce solo macerie sociali e ambientali.

Per questo, la critica a questo modello e le lotte queer fanno parte della stessa rotta: per noi la visibilità online non è solo svago o intrattenimento ma un modo per esistere socialmente, creare legami, uscire dall’isolamento delle nostre province e costruire alleanze.

Ed è qui che l’Abruzzo Pride 2026 risponde varando la propria Flotilla Queer: non una nave solitaria che chiede il permesso di attraccare ai porti del potere, ma una flotta intera che attraversa insieme lo stesso mare agitato. Contro la pretesa tecnocratica di trasformare il mondo in un unico grande porto controllato, sorvegliato da torri digitali e dogane algoritmiche, noi opponiamo una navigazione pirata fatta di corpi, desideri e dissidenze. Se il loro oceano è tracciato da rotte obbligate, correnti di sorveglianza e corridoi di profitto, la nostra Flotilla Queer sceglie l’imprevisto: rompe le mappe, devia le rotte, si muove in convogli solidali dove nessuna nave resta indietro. Ogni imbarcazione della flotta è diversa, e proprio per questo necessaria: c’è chi guida tra le tempeste dell’invisibilizzazione, chi raccoglie chi è caduta fuori bordo, chi segnala i fari falsi delle narrazioni dominanti. Insieme formiamo una geografia mobile che non chiede autorizzazioni per esistere. Trasformiamo la queerness da “errore di rotta” a bussola politica, da deviazione a strategia collettiva. Rifiutiamo la pacificazione digitale e l’ordine dei porti chiusi per rivendicare un mare aperto: un’infrastruttura condivisa, transfemminista ed ecologica, dove la tecnologia non sia una rete che intrappola e separa, ma la vela collettiva che ci permette di attraversare il mondo senza ridurci, senza cancellarci, senza chiedere il permesso di esistere.

16. AFFONDARE LA CULTURA DELLO STUPRO

Le Istituzioni dovrebbero garantire a tutta la collettività pari diritti e, nel momento in cui uno di questi viene violato, tutelarla e prendersi cura del bersaglio della violenza. Queste però sono fatte di persone e queste stesse persone riflettono nelle istituzioni il sistema nel quale vivono, agiscono e sono, trasformandole e minando la loro funzione sociale. Nelle stesse istituzioni troviamo quindi il sistema piramidale machista, maschilista,  patriarcale e i privilegi a questi collegati alimentando violenza di genere e omolesbobitransafbia. Quanto successo a Montorio al Vomano è un chiaro esempio di come le Istituzioni possano alle volte diventare complici di questo sistema. Una carica comunale, nella ormai vecchia amministrazione, è stata condannata in primo grado a cinque anni di reclusione per violenza sessuale ai danni di una ragazza di diciannove anni.

All’orrore della violenza sessuale si è aggiunto l’orrore che si è compiuto a livello istituzionale tramite una auto votazione contro la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni. Il tornaconto personale, il privilegio ha prevalso sulla condanna alla violenza e le donne continuano a dover spiegare ciò che è successo.

Non vogliamo Istituzioni che considerano le nostre lotte e i nostri diritti minati solo come vuota propaganda, facendo gruppo nel proteggere il privilegio e il potere maschile quando questo diventa un abuso reale, piuttosto che condannare le violenze.

Nessun abuso di potere e privilegio potrà mai affondare la nostra richiesta di diritti, rispetto, cura e sicurezza per ogni corpo e ogni identità.

17. LA FALLA DEI MOVIMENTI REAZIONARI

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una crescita sempre più aggressiva dell’odio verso le persone LGBTQIA+, alimentata da governi, movimenti e gruppi politici che costruiscono consenso sulla paura, sul controllo dei corpi e sulla creazione di “nemici interni”.

Le destre reazionarie usano le nostre vite come terreno di propaganda: persone trans descritte come pericoli, famiglie queer considerate meno degne, educazione affettiva e sessuale dipinta come una minaccia, Pride accusati di essere “troppo politici” mentre veniamo attaccate ogni giorno proprio perché esistiamo. Questo clima non nasce dal nulla. È parte di un progetto politico preciso: riportare ordine attraverso gerarchie rigide, patriarcato, nazionalismo, razzismo e controllo sociale. Per questo la lotta queer non può limitarsi alla richiesta di tolleranza. Essere queer significa mettere in discussione un sistema che decide quali vite meritano protezione e quali invece possono essere isolate, colpite o sacrificate.

In questo scenario cresce anche il fenomeno dell’omonazionalismo: un meccanismo politico e culturale attraverso cui i diritti LGBTQIA+ vengono selettivamente riconosciuti, strumentalizzati e riscritti per diventare strumenti di potere, esclusione e propaganda nazionale. L’omonazionalismo non è semplice “ipocrisia”: è una strategia. Consiste nel presentare alcuni soggetti LGBTQIA+ come “accettabili” solo quando sono funzionali a un’idea di nazione moderna, occidentale e “civile”, spesso contrapposta a popoli, culture e comunità migranti costruite come arretrate, violente o incompatibili con i diritti. In questo modo, i diritti queer vengono usati non per liberare tutte, ma per tracciare nuove linee di confine tra chi appartiene e chi deve restare fuori. È un’operazione pericolosa perché trasforma la nostra esistenza in una prova di superiorità culturale: “noi” saremmo i progressisti perché accettiamo le persone LGBTQIA+, mentre “gli altri” diventano automaticamente barbari, omofobi per natura, e quindi legittimamente esclusi o criminalizzati. Questa narrazione cancella la complessità, cancella le persone queer migranti, razzializzate, musulmane, e soprattutto cancella il fatto che la violenza omolesbobitransafobica esiste anche nei nostri contesti occidentali, istituzionali e statali. Allo stesso tempo, l’omonazionalismo permette ai governi e alle destre reazionarie di ripulirsi l’immagine senza cambiare nulla nella sostanza: si sventolano bandiere arcobaleno nei momenti strategici, si celebrano alcune identità LGBTQIA+ “rispettabili” e assimilabili, mentre si continua a negare diritti concreti, a bloccare percorsi di autodeterminazione per le persone trans, a ignorare la salute mentale e fisica della comunità e a tollerare quando non alimentare la violenza sociale.

In questo quadro, alcune vite queer diventano visibili solo se compatibili con il racconto nazionale dominante: bianche, rispettabili, consumabili, integrate. Tutte le altre restano ai margini o vengono rese invisibili. È una selezione politica della visibilità. Per questo rifiutiamo l’idea che i diritti LGBTQIA+ possano essere usati come arma identitaria contro altri popoli o comunità. La nostra lotta non è per entrare in una nazione che esclude ma per trasformare radicalmente i modelli di convivenza, abbattendo ogni forma di gerarchia razziale, di genere e di classe. Non esiste liberazione queer dentro un progetto politico che produce esclusione. La libertà non è tale se viene costruita scegliendo chi può essere umano e chi no.

18. ANCORA TANTE MIGLIA NELLO SPORT

Riconosciamo il valore sociale dello sport e del gioco per la crescita, il benessere, lo star bene e lo sviluppo relazionale di ognuna di noi. Eppure lo sport continua a essere coperto da quel velo di omofobia, lesbofobia, bifobia, pregiudizi e le soggettività trans ne sono del tutto escluse.

Sono solo due le federazioni in Italia (Uisp e AiCS) che permettono attualmente alle persone T* di tesserarsi e di gareggiare nei campionati del proprio genere. Tutte le altre federazioni continuano di fatto ad escluderle, incluse le “più grandi” come FIP, FIGC, FIBA, dalle competizioni, dalle professioni e dal gioco.

Guardiamo con preoccupazione e condanniamo la scelta del CIO di escludere dalle Olimpiadi di Los Angeles del 2028 le donne trans dalle competizioni sportive, giustificando la scelta in nome di una presunta garanzia di equità e di rispetto delle atlete donne cis. Le atlete saranno sottoposte al test SRY per rilevare la presenza del cromosoma Y; con ulteriori test per le persone intersessuali. Le atlete diventano quindi un “oggetto” da verificare su base genetica, minando il principio secondo cui lo sport dovrebbe unire le persone invece che dividerle. 

La scelta del CIO rappresenta un abbattimento del valore sociale dello sport escludendo le persone invece di includerle. Rifiutiamo l’ipocrisia di un’istituzione che a parole dice di “dedicare i propri sforzi a garantire che, nello sport, prevalga lo spirito del fair play e sia bandita la violenza”, “per promuovere e sostenere lo sviluppo dello sport per tutti;” o ancora “per promuovere e sostenere misure relative all’assistenza medica e alla salute degli atleti”8, ma nei fatti nega il diritto alla salute e alla pratica sportiva delle soggettività trans, tradendo lo stesso spirito del fair play. 

Contestualmente vengono però ammessi gli atleti uomini trans probabilmente non riconosciuti come un pericolo per gli atleti uomini cis.
Chiediamo: l’inserimento del tesseramento alias e della formazione sull’omolesbobitransafobia per tesserate e direttivi di associazioni sportive in tutte le federazioni; l’impegno delle federazioni nella lotta all’omolesbobitransafobia nel mondo sport.  Vogliamo la promozione di uno sport fondato su rispetto e uguaglianza reale , non l’ennesima facciata inclusiva che, dietro i grandi valori, nasconde l’esclusione di una parte della nostra comunità.

19. LA NOSTRA ROTTA

In questo documento abbiamo provato a mappare in parte la composizione della nostra flotta. Non ve l’abbiamo descritta tutta: è grande e molte delle imbarcazioni continuano a navigare insieme in questo viaggio iniziato sette anni fa come l’autodeterminazione dei corpi in relazione al fine vita, il diritto all’adozione, il sex working, il diritto alla casa, i femminismi intersezionali, la cultura laica e pluralista.

Ma verso dove stiamo salpando?

Non abbiamo un porto prestabilito, né una destinazione imposta dall’alto. 

Abbiamo un faro, quello sì, quello dell’autodeterminazione, che ci guida verso una società più libera, equa, plurale, fluida. E se anche un giorno dovessimo trovare un porto che rappresenti tutto questo, non smetteremo la nostra navigazione. I diritti possono essere conquistati con decenni di lotte ma tolti in un minuto.

Questa rivoluzione non è un sogno confinato a questo documento politico, ma un processo già in atto. E possiamo tutte insieme contribuire affinchè crei cambiamento in ogni spazio della nostra regione, nelle nostre scelte quotidiane in ottica intersezionale, nelle nostre azioni di cura: ogni volta che rifiutiamo il ricatto della produttività, ogni volta che decostruiamo un linguaggio d’odio, ogni volta che pratichiamo la cura reciproca invece della competizione. Sono questi gesti, che possano sembrare minimi, a contribuire al cambiamento. 

 

Ogni piccola azione è una scintilla per far divampare il fuoco del cambiamento.

E possiamo farlo insieme. Ognuna a modo suo.

Siamo la Flotilla Queer. La nostra rivoluzione è adesso, ed è insieme.

Coordinamento Abruzzo Pride

 

Arcigay K.H. Ulrichs L’Aquila
Arcigay Teramo La Virtuosa
Jonathan – Diritti in Movimento
Marsica LGBT
Presenza Femminista

  1. Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo (2021).
  2. forma di discriminazione e pregiudizio sistemico nei confronti delle persone con disabilità. Si basa sull’idea che il corpo e la mente “abili” siano la normalità, considerando la disabilità come un difetto o una deviazione da correggere, e non una semplice sfumatura della diversità umana.
  3. educarealrispettoeallaparita.indire.it
  4. www.educarealledifferenze.it
  5. Questa è una formula – oramai diventata slogan – che mutuiamo da Donna Haraway (quella di Manifesto Cyborg), che la filosofa rende con “Make kin, not babies” nel suo testo “Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (2019) poi usato per dare titolo ad un’altra pubblicazione del 2022 “Making Kin. Fare parentele”, non popolazioni scritto a quattro mani con Adele Clarke.
  6. Cfr. “Un desiderio smisurato di amicizia” di Héléne Giannecchini (2026), p. 63.
  7. UN World Water Development Report 2026
  8. www.olympics.com/ioc/mission